25/10/2008

IL PENTOLINO MAGICO

Favola Il pentolino magico
favole dei Fratelli Grimm.

Il pentolino magico

C'era una volta un contadino che aveva una figliola. Egli andava a giornata; la figliola filava stoppa o tesseva tela per conto delle vicine: così si guadagnavano la vita.
Avvenne una gran siccità: nei campi non nacque un filo d'erba, e non ci fu più da lavorare per nessuno dei due. Avevano un gruzzoletto, messo prudentemente da parte nel buon tempo, e per parecchi mesi poterono tirare innanzi, vivendo quasi a pane e acqua. Il padre sospirava pensando all'avvenire; ma la ragazza, gioviale anche con la miseria, canticchiava da mattina a sera,come quand'era al telaio e con la rocca al fianco e lo stomaco pieno. Il padre brontolava: - Con che cuore canti? Ci rimane da mangiare appena per altri due giorni!
- Quando sarò morta, non canterò più.
- Mentre parlavano comparve sulla soglia una donna scarna, allampanata, che pareva il ritratto della fame.
- Fate la carità, buona gente!
- Siamo più miseri di voi, - rispose il padre. - Rivolgetevi altrove.
La ragazza invece prese la pagnottella che doveva essere il suo desinare di quel giorno e la porse alla vecchia:
- Mangiatela voi per me.
- Grazie, figliola.
Intascata la pagnottella, la vecchina cavò di sotto lo scialle unto e stracciato una padellina nuova di rame:
- Tieni, figliola; non ho altro; forse ti servirà.
E andò via.

La ragazza si rimise a canterellare, picchiando con le nocche delle dita sulla padellina, che dava un bel suono; poi, per gioco, la posò sul focolare spento e, ridendo, disse al padre:
- Che volete? Una costoletta? Una frittata? E non aveva ancora finito di parlare, che una fiammata si accese, e la padellina cominciò a friggere, spandendo attorno un odore che avrebbe risuscitato un morto.
- Oh, che miracolo, figliola mia! Siamo ricchi!
Nella padellina fumavano due costolette da bastare anche per quattro persone; e quando furono cotte, il fuoco si spense da sé. Metà ne mangiarono padre e figlia, metà ne spartirono tra le vicine più povere di loro. L'odore si sentiva per tutta la via.
D'allora in poi, a ogni mezzogiorno, la ragazza metteva la padellina sul focolare spento e domandava al padre:
- Che volete? Una costoletta? Una frittata?
- Una frittata.

E poco dopo la frittata era bell'e cotta da poter bastare fino per otto persone.
Parte ne mangiavano padre e figlia, parte ne dividevano tra le vicine più povere di loro. L'odore si sentiva per tutta la via. La cosa fece scalpore. Le stesse vicine che ricevevano la carità cominciarono a ciarlare: come mai padre e figlia, con quella miseria, senza guadagno alcuno, se la scialavano a quel modo?
Le ciarle giunsero fino all'orecchio del Re. Giusto in quei giorni la Regina s'era ammalata con un'inappetenza che non le permetteva di prendere nessun cibo, e i medici non sapevano come rimediarvi. La Regina avrebbe voluto qualcosa da ristorarla col solo odore, e il cuoco si stillava il cervello per accontentarla. Ma davanti alle pietanze più squisite, la Regina torceva il capo nauseata:
- Portatele via; mi si rivolta lo stomaco.
Il Re, che aveva sentito parlare del buon odore delle pietanze di quei contadini, disse ai medici:
- Proviamo a far preparare il pranzo della Regina da costoro. Forse, per la stranezza, lo gradirà.
E mandò a chiamare la ragazza.
- Vuoi essere la cuoca della Regina?
- Come piace a Vostra Maestà.
- Vieni ad abitare nel palazzo reale.
- A un patto, Maestà. In cucina, con me, dovrà stare soltanto mio padre.
- Soltanto tuo padre.
Giunta l'ora del desinare, la ragazza si presentò alla Regina:
- Maestà, che volete? Una costoletta? Una frittata?
- Una costoletta.
La ragazza mandò via di cucina tutte le persone ch'erano a servizio del Re, dal cuoco allo sguattero, si chiuse a chiave dentro insieme col padre, e mise la padellina sul focolare spento:
- Padellina, una costoletta!
La Regina, all'odore della costoletta fumante nel piatto, si sentì ristorare:
- Benedette le tue mani, ragazza mia!
Mangiò con grand'appetito, come da più settimane non faceva, e in segno della sua gratitudine regalò alla ragazza una collana di brillanti.
- Maestà, questa è una collana da regina, non da contadina mia pari.
- Sei regina anche tu, regina di tutte le cuoche.
E gliela mise al collo con le proprie mani.
Ogni giorno, a ogni pranzo era un nuovo regalo; ora una spilla con un magnifico smeraldo, ora boccole di perle grosse come uova, ora un braccialetto finemente cesellato e tempestato di rubini.
- Maestà, è ornamento da regina, non da contadina mia pari.
- Sei regina anche tu, regina di tutte le cuoche.

In corte non si ragionava che di quei mirabili pranzi; e i medici erano stupiti che il grave male della Regina fosse già guarito col semplice rimedio o d'una costoletta o d'una frittata, giacchè la padellina non dava altro.
Un giorno il Reuccio entrò in camera della Regina che ella aveva appena terminato di mangiare l'ultimo boccone.
- Che buon odore, Maestà!
- Odor di costoletta, Reuccio.
Un altro giorno:
- Che buon odore, Maestà!
- Odor di frittata, Reuccio.
- Sempre le stesse cose, Maestà?
- Sempre; ma ogni volta hanno un sapore diverso.
- E come fa la vostra cuoca?
- Lo sa lei.
Il Reuccio entrò in grande curiosità, e volle andare in cucina per vederla lavorare.
- In cucina dobbiamo starei soltanto mio padre e io.

- Io sono il Reuccio!
- Reuccio o non Reuccio, ho la parola di Sua Maestà; in cucina dobbiamo starei soltanto mio padre e io.
Il Reuccio, indispettito, afferrò la padellina ch'era lì tutta affumicata e gliela strofinò sulla faccia, annerendogliela come quella d'una mora e se ne andò chiudendo la ragazza e il padre nella casa come prigionieri.
Quel giorno, per caso, avevano da mangiare.

Il giorno dopo però cominciarono a provar fame.
Erano come murati in casa e non potevano nemmeno gridare al soccorso!
- Ah, poveri noi! Morremo di fame.
La padellina stava appesa a un chiodo, pulita e luccicante qual era rimasta dal momento che il Reuccio l'aveva strofinata sulla faccia della ragazza.
La ragazza la guardava in cagnesco, con gli occhi pieni di lacrime, e si sentiva gorgogliare in gola: "Maledetta la padellina e chi me la dette!".
La vide smuoversi e la sentì risonare come quando la prima volta vi aveva picchiato su con le nocche delle dita.
La staccò dal chiodo, la posò sul focolare spento, e disse al padre:
- Che volete? Una costoletta? Una frittata?
Non aveva finito di parlare, che una fiammata si accese, e la padellina cominciò a friggere, spandendo attorno un odore che avrebbe risuscitato un morto.
Padre e figlia, a una voce, esclamarono:
- Benedetta la padellina e chi ce la dette!
Corsero alla porta, ma il paletto non si poteva muovere; corsero alla finestra, ma il lucchetto era più duro del paletto.
Intanto il buon odore delle pietanze si sentiva nella via.
Il Re, saputa la cosa, mandò subito a prendere la ragazza.
- Aprite, vi vuole Sua Maestà.
- Non possiamo aprire; aprite voi.
Il Re manda i fabbri per forzare la serratura o sfondare la porta; i fabbri tentano, ritentano, ma inutilmente.
Manda allora i muratori per fare un gran buco nel muro; ma i picconi si spuntano, il muro par fatto di bronzo.
La Regina agonizzava.
Il Re avrebbe dato metà del suo regno pur di vederla risanare con le costolette e le frittate della padellina miracolosa.
Che fare con quella serratura, con quella porta e con quel muro che resistevano a tutto?
Un giorno finalmente la Regina chiude gli occhi e rimane immobile: la credono morta, e si leva un gran pianto per tutto il palazzo reale.
Il Re, dalla disperazione e dal dolore, si strappava i capelli.
A un tratto la Regina riapre gli occhi e dice:
- Ho fatto un sogno. Mi pareva d'essere stata portata dietro la porta di quella casa, e che il solo odore delle pietanze m'avesse risanata. Maestà, voglio provare se il sogno è veritiero.
I servitori presero il letto come una barella e portarono la Regina dietro la porta che non poteva aprirsi.
- Regina delle cuoche, fammi sentire almeno l'odore delle tue pietanze, regina!
Non rispose nessuno, e non si sentì odore di sorta.
- Regina delle cuoche, fammi sentire almeno l'odore delle tue pietanze, regina!
Non rispose nessuno, e non si sentì alcun odore.
Il Re, quasi piangendo, gridò:
- Regina delle cuoche, se fai sentire l'odore delle tue pietanze, sarai Regina per davvero.
- Maestà, - disse un ministro, - che cosa vi e scappato di bocca! Parola di Re non va indietro.
- E non andrà! Partano cento corrieri e vadano in cerca del Reuccio.
- E se il Reuccio non vorrà sposarla?

- L'adotterò per figliola, e sarà Reginotta.
Si sentì subito un odore delizioso che si sparse per tutta la via.
La Regina annusava e rinasceva da morte a vita.
Annusavano il Re, i ministri, il seguito di corte, la folla pigiata nella via attorno al letto della Regina, e tutti si sentivano riempire lo stomaco, quasi avessero pranzato lautamente.
Per parecchie settimane, nessuno pensò a fare spesa e ad accendere un fornello.
Aspettavano che la Regina fosse portata col letto dietro la porta di quella casa, e appena l'odore delle pietanze cominciava a spandersi, si vedevano mille e mille nasi per aria annusare avidamente, e da lì a poco scoppiavano dei grand'Ah! di soddisfazione, come dopo un pranzo copioso.
I corrieri reali eran partiti subito alla ricerca del Reuccio, ma le settimane passavano, nessuno di essi tornava, e l'odore intanto veniva meno di giorno in giorno, con gran terrore del Re e della Regina che non era ancora ristabilita in salute.

La gente, preso gusto a quel genere di pranzo così buono e che non costava niente, malediva quegli stupidi corrieri incapaci di trovare il Reuccio.
Una mattina, inaspettatamente, ecco uno dei corrieri e poi un altro e poi un altro, scalmanati, sfiniti.
- Avete trovato il Reuccio?
- Non l'abbiamo trovato.
Due giorni dopo, ecco l'ultimo più scalmanato e più sfinito degli altri.
- Hai trovato il Reuccio?
- No, ma ho trovato chi sa dov'è. È un pastore che guarda le pecore laggiù, laggiù. Disse: "Indovinami prima quest'indovinello e poi saprai dov'è il Reuccio". Non l'ho indovinato e non me l'ha detto.
- Che indovinello?
Non ero nato per fare il pastore,
Eppur dovevo mungere e tosare.
- Bestia! È lui! - gridò il ministro, che di mungere e tosare se n'intendeva assai. - Conducimi dov'egli si trova.
E partì insieme col corriere.
Infatti era proprio lui.
Ne aveva viste e patite tante, fino a essersi ridotto a fare il guardiano di pecore, che non gli pareva vero tornare Reuccio, anche a patto di sposare la regina delle cuoche.

Appena arrivato, andò a picchiare alla porta che non si poteva aprire.
- Sono il Reuccio.
Invece della porta si aprì la finestra, e comparve la ragazza con la faccia nera e la padellina in mano; la padellina era affumicata.
- Questa è la mia dote!?

Chi mi vuole per mogliera
Deve farsi la faccia nera.
E se nera non la fa,
D'onde viene se n'andrà.

Il Reuccio esitava; non gli andava doversi impiastricciare di fumo al cospetto di tanta gente radunatasi alla notizia del suo arrivo.
Poi si strinse nelle spalle, prese la padellina e, chiusi gli occhi, se la strofinò sulla faccia, tingendosi peggio di un moro.
E mentre la sua anneriva, quella della ragazza ridiventava bianca come la cera.
- Ora potete entrare.
Infatti la porta si spalancò da sé, e il Reuccio trovò sulla soglia la ragazza vestita come una regina, con la collana, lo spillone, gli orecchini e i braccialetti regalatile quando faceva la cuoca; sembrava una regina nata, tanto era bella e dignitosa.
Il popolo applaudiva:
- Viva la Reginotta! Viva il Reuccio!
E nello stesso tempo rideva, vedendo costui tutto impiastricciato a quel modo; ma rise per poco.
La ragazza prese il grembiule, lo passò sulla faccia del Reuccio, e in men che non si dica gliela ripulì.
Prima che si sposassero, la Regina era già bell'e guarita.
Le feste delle nozze durarono un mese intero.
- E della padellina che ne faremo? - disse il Reuccio.
- Si faccia un bando: "Chi ha una padellina, venga a sfregarla con questa; friggerà da sé egualmente".
Figuriamoci che cuccagna! Pareva tutti i giorni un festino.
La gente si dava bel tempo, e all'ora del pranzo mettevano le padelline sui fornelli spenti:
- Padellina, una costoletta! Padellina, una frittata!
E tutte le padelline friggevano; la gente mangiava a ufo.
Frittate e costolette avevano ogni volta un sapore diverso.
Ma, purtroppo, chi non lavora non è mai contento!!? Cominciarono a brontolare:
- Sempre costolette! Sempre frittate!

La Fata che aveva regalato la padellina portentosa alla ragazza, in premio della carità da lei fatta, si sdegnò di quell'ingratitudine, e un bel giorno, anzi, un brutto giorno, prese di nuovo le sembianze di vecchina e si presentò alla Reginotta.
- Sono quella della padellina. Brontolano: "Sempre costolette! Sempre frittate!". Ecco qui un'altra padellina che frigge diversamente.
Strofinino le loro con questa e vedranno il miracolo.
Corsero tutti, strofinarono, e si trovarono canzonati

CAPPUCCETTO ROSSO

La favola di "cappuccetto rosso"
Fratelli Grimm.

Cappuccetto rosso

C'era una volta una cara ragazzina; solo a vederla le volevan tutti bene, e specialmente la nonna, che non sapeva piu' cosa regalarle. Una volta le regalò un cappuccetto di velluto rosso, e, poichè le donava tanto ch'essa non volle più portare altro, la chiamarono sempre Cappuccetto Rosso.

Un giorno sua madre le disse:
- Vieni, Cappuccetto Rosso, eccoti un pezzo di focaccia e una bottiglia di vino, portali alla nonna; è debole e malata e si ristorerà. Mettiti in via prima che faccia troppo caldo; e, quando sei fuori, va' da brava, senza uscir di strada; se no, cadi e rompi la bottiglia e la nonna resta a mani vuote. E quando entri nella sua stanza, non dimenticare di dir buon giorno invece di curiosare in tutti gli angoli.
-Farò tutto per bene, - disse Cappuccetto Rosso alla mamma e le diede la mano.
Ma la nonna abitava fuori, nel bosco, a una mezz'ora dal villaggio. E quando giunse nel bosco, Cappuccetto Rosso incontrò il lupo. Ma non sapeva che fosse una bestia tanto cattiva e non ebbe paura.
- Buon giorno, Cappuccetto Rosso, - egli disse.
- Grazie, lupo.
- Dove vai cosi presto, Cappuccetto Rosso?
- Dalla nonna.
- Cos 'hai sotto il grembiule?
- Vino e focaccia: ieri abbiamo cotto il pane; così la nonna, che è debole e malata, se la godrà un po' e si rinforzerà.
- Dove abita la tua nonna, Cappuccetto Rosso?
- A un buon quarto d'ora di qui, nel bosco, sotto le tre grosse querce; là c'è la sua casa, è sotto la macchia di noccioli, lo saprai già, - disse Cappuccetto Rosso.
Il lupo pensava: " Questa bimba tenerella è un grasso boccone, sarà piu' saporita della vecchia; se sei furbo, le acchiappi tutt'e due". Fece un pezzetto di strada vicino a Cappuccetto Rosso, poi disse:
- Vedi, Cappuccetto Rosso, quanti bei fiori? perché non ti guardi intorno? Credo che non senti neppure come cantano dolcemente gli uccellini! Te ne vai tutta contegnosa, come se andassi a scuola, ed è così allegro fuori nel bosco!
Cappuccetto Rosso alzò gli occhi e quando vide i raggi di sole danzare attraverso gli alberi, e tutto intorno pieno di bei fiori, pensò: " Se porto alla nonna un mazzo fresco, le farà piacere; è tanto presto, che arrivo ancora in tempo ". Dal sentiero corse nel bosco in cerca di fiori. E quando ne aveva colto uno, credeva che più in là ce ne fosse uno più bello e ci correva e si addentrava sempre più nel bosco.
Ma il lupo andò difilato alla casa della nonna e bussò alla porta.
- Chi è?
- Cappuccetto Rosso, che ti porta vino e focaccia; apri. - Alza il saliscendi, - gridò la nonna: - io son troppo debole e non posso levarmi.
Il lupo alzò il saliscendi, la porta si spalancò e, senza dir molto, egli andò dritto a letto della nonna e la ingoiò.
Poi si mise le sue vesti e la cuffia, si coricò nel letto e tirò le coperte .. Ma Cappuccetto Rosso aveva girato in cerca di fiori, e quando n'ebbe raccolti tanti che più non ne poteva portare, si ricordò della nonna e S'incamminò. Si meravigliò che la porta fosse spalancata ed entrando nella stanza ebbe un'impressione cosi strana che pensò:

" Oh, Dio mio, oggi, che paura! e di solito sto cosi volentieri con la nonna! " Esclamò:
- Buon giorno! - ma non ebbe risposta.
Allora s'avvicinò al letto e scostò le cortine: la nonna era coricata, con la cuffia abbassata sulla faccia e aveva un aspetto strano.
- Oh, nonna, che orecchie grosse!
- Per sentirti meglio.
- Oh, nonna, che occhi grossi!
- Per vederti meglio.
- Oh, nonna, che grosse mani!
- Per meglio afferrarti.
- Ma, nonna, che bocca spaventosa!
- Per meglio divorarti!.
E subito il lupo balzò dal letto e ingoiò il povero Cappuccetto Rosso.
Saziato il suo appetito, si rimise a letto, s'addormentò e cominciò a russare sonoramente.
Proprio allora passò li davanti il cacciatore e pensò: " Come russa la vecchia! devo darle un'occhiata, potrebbe star male ".

Entrò nella stanza e, avvicinatosi al letto, vide il lupo.
- Eccoti qua, vecchio impenitente, - disse, - è un pezzo che ti cerco.
Stava per puntare lo schioppo, ma gli venne in mente che il lupo avesse mangiato la nonna e che si potesse ancora salvarla: non sparò, ma prese un paio di forbici e cominciò a tagliare la pancia del lupo addormentato. Dopo due tagli, vide brillare il cappuccetto rosso, e dopo altri due la bambina saltò fuori gridando:
- Che paura ho avuto! com'era buio nel ventre del lupo!
Poi venne fuori anche la vecchia nonna, ancor viva, benché respirasse a stento. E Cappuccetto Rosso corse a prender dei pietroni, con cui riempirono la pancia del lupo; e quando egli si svegliò fece per correr via, ma le pietre erano cosi pesanti che subito s'accasciò e cadde morto.
Erano contenti tutti e tre: il cacciatore scuoiò il lupo e si portò via la pelle; la nonna mangiò la focaccia e bevve il vino che aveva portato Cappuccetto Rosso, e si rianimò; ma Cappuccetto Rosso pensava: " Mai più correrai sola nel bosco, lontano dal sentiero, quando la mamma te l'ha proibito ".

Raccontano pure che una volta Cappuccetto Rosso portava di nuovo una focaccia alla vecchia nonna, e un altro lupo volle indurla a deviare. Ma Cappuccetto Rosso se ne guardò bene e andò dritta per la sua strada, e disse alla nonna di aver incontrato il lupo, che l'aveva salutata, ma l'aveva guardata male:
- Se non fossimo stati sulla pubblica via, mi avrebbe mangiato.
- Vieni, - disse la nonna, - chiudiamo la porta, perché non entri.
Poco dopo il lupo bussò e gridò:
- Apri, nonna, sono Cappuccetto Rosso, ti porto la focaccia.
Ma quelle, zitte, non aprirono; allora Testa Grigia gironzolò un po' intorno alla casa e infine saltò sul tetto, per aspettare che Cappuccetto Rosso, la sera, prendesse la via del ritorno; l'avrebbe seguita di soppiatto, per mangiarsela al buio. Ma la nonna si accorse di quel che tramava. Davanti alla casa c'era un grosso trogolo di pietra, ed ella disse alla bambina:
- Prendi il secchio, Cappuccetto Rosso, ieri ho cotto le salsicce, porta nel trogolo l'acqua dove han bollito.
Cappuccetto Rosso portò l'acqua, finché il grosso trogolo fu ben pieno.
Allora il profumo delle salsicce sali alle narici del lupo, egli si mise a fiutare e a sbirciare in giù, e alla fine allungò tanto il collo che non poté più trattenersi e cominciò a sdrucciolare: e sdrucciolò dal tetto proprio nel grosso trogolo e affogò.
Invece Cappuccetto Rosso tornò a casa tutta allegra e nessuno le fece del male

17/10/2008

IL REGNO DEL LEONE

 

Il regno del Leone”

 

Una volta divenne Re un leone che non era focoso, ne’ crudele e nemmeno violento, ma era piuttosto mite e giusto….anche se cosa assai rara.

Durante il suo regno venne convocato un raduno di tutti gli animali affinché reciprocamente si potesse porre fine alle malefatte che ancora imperavano nonostante il leone mansueto e giusto.

         Il lupo con la pecora, la pantera con la zebra, la tigre con il cervo, il cane con la lepre e così via……...Una volta convocati gli animali e di fronte gli uni agli altri, nel bel mezzo dell’assemblea, chiese e ottenne la parola una lepre che molto soddisfatta affermò:“ Ho sempre sognato che si verificasse questo giorno”, ovvero, disse la timida lepre,” il giorno in cui anche i  deboli potessero far paura ai potenti e prepotenti” 

MORALE

Quando in uno stato regna la giustizia e tutti cercano di 

 amministrarla con equità, anche gli umili dormono sonni

tranquilli .

FAVOLA DI FEDRO

    

 

12/10/2008

CAPRIOLE

Capriole

E' bello fare le capriole
il mondo uno lo guarda come vuole
le cose rimangono al loro posto
ma tu le vedi invece all'opposto.

Quando qualcuno ti verrebbe di odiare
con una capriola tu lo riesci ad amare
se una capriola facessero i carcerati
per magia si ritroverebbero liberati.

Quando un bimbo ha paura della notte nera
con una capriola il suo desiderio si avvera:
il cielo vedrebbe subito albeggiare
e tanti uccelli sentirebbe cantare.

La prima capriola forse ho tentato
il giorno in cui io sono nato
l'ultima capriola proverò a fare
quando sarò prossimo a spirare.

Forse così potrò aver evitato
sul nulla di finire approdato
ed invece di andare nell'aldilà
potrò rimanere ancora di qua.

07/10/2008

CHE BELLO L'ARCOBALENO

CHE BELLO L'ARCOBALENO!

Amo le cose belle
nel cielo le stelle
che fanno la notte
un po' meno nera
amo la primavera
che fa ritornare
le rondini in cielo
e poi rifiorire
il pesco ed il melo
amo l'arcobaleno
che riporta il sereno
dopo la tempesta
ed è come una festa
e se nel cielo
esso non appare
me lo metto io
a disegnare
fra i miei pastelli
cerco i colori più belli
e con la fantasia
ed anche il cuore
in un minuto nemmeno
ecco l'arcobaleno
lo vado a mostrare
a mamma mia
lei m'accarezza e dice
"è tanto bello amore".

Autore sconosciuto

02/10/2008

NASCONDINO TRA LE NUVOLE

NASCONDINO TRA LE NUVOLE

Nel cielo brillano le stelle
sono tante son tutte sorelle

tra di loro però ce n'è una
che ama giocare con la luna

fra le nuvole gioca a nascondino
ogni tanto si mette a fare capolino

ma finisce dietro una grande nera
e scompare tutta la notte intera

le sue sorelle si stancano d'aspettare
e nel buio si mettono a riposare.

26/09/2008

LE DUE ANFORE

Le due anfore

Ogni giorno, un contadino portava l'acqua dalla sorgente al villaggio in due grosse anfore che legava sulla groppa dell'asino, che gli trotterellava accanto.
Una delle anfore, vecchia e piena di fessure, durante il viaggio, perdeva acqua.
L'altra, nuova e perfetta, conservava tutto il contenuto senza perderne neppure una goccia.
L'anfora vecchia e screpolata si sentiva umiliata e inutile, tanto più che l'anfora nuova non perdeva l'occasione di far notare la sua perfezione: "Non perdo neanche una stilla d'acqua, io!".
Un mattino, la vecchia anfora si confidò con il padrone: "Lo sai, sono cosciente dei miei limiti. Sprechi tempo, fatica e soldi per colpa mia. Quando arriviamo al villaggio io sono mezza vuota. Perdona la mia debolezza e le mie ferite".
li giorno dopo, durante il viaggio, il padrone si rivolse all'anfora screpolata e le disse: "Guarda il bordo della strada".
"E' bellissimo, pieno di fiori".
"Solo grazie a te", disse il padrone. "Sei tu che ogni giorno innaffi il bordo della strada. Io ho comprato un pacchetto di semi di fiori e li ho seminati lungo la strada, e senza saperlo e senza volerlo, tu li innaffi ogni giorno..."

Siamo tutti pieni di ferite e screpolature, ma se lo vogliamo, Dio sa fare meraviglie con le nostre ímperfezioni.

Ricevuta da Laura Tani http://lauratani.myblog.it/

LA ZUPPA DI SASSI

LA ZUPPA DI SASSI

C'era una volta un giramondo che un giorno arrivò in un paese e, avendo fame, bussò alla prima porta che vide per chiedere cortesemente qualcosa da mangiare. Un uomo aprì la porta e, vedendo uno straniero, gli rispose bruscamente e lo cacciò via. Il giramondo bussò allora ad un'altra porta, ma anche questa volta venne allontanato. Ricevette la stessa risposta in tutte le case del paese.

Per niente scoraggiato, andò nella piazza e accese un fuoco, prese una pentola, la riempì d'acqua e vi gettò dentro un grosso sasso. Cominciò quindi a cucinare. Da lì a poco, incuriositi da questa cosa strana, uno dopo l'altro, gli abitanti del paese si avvicinarono al giramondo. Ad un certo punto qualcuno gli chiese cosa stesse facendo.

Lo straniero, assaggiando l'acqua, rispose: "Sto preparando una squisita zuppa di sasso, una mia specialità!". Un altro curioso, vedendolo assaggiare la zuppa, gli chiese come stava venendo. Il giovane rispose che era molto buona, ma che lo sarebbe stata ancora di più se avesse avuto qualche carota e un po' di sale. Non fece in tempo a finire la frase che qualcuno gli offrì carote e sale.

Assaggiò di nuovo la zuppa e disse: "Andiamo bene, ma se ci fosse un po' di carne e qualche patata sarebbe ancora meglio!". E così gli fu offerto anche questo. La cosa si ripeté per molti altri ingredienti e il giramondo dopo poco poté gustarsi finalmente la sua zuppa. Cucchiaio dopo cucchiaio, se la mangiò tutta e rimase dentro alla pentola solo il sasso. A quel punto la gente che lo osservava disse in coro: "E il sasso?". Il giramondo, sorridendo, si mise in tasca il sasso e rispose: "Lo porto con me, perché se incontrerò nuovamente gente così generosa come lo siete stati voi, mi potrà servire ancora!".

Ricevuta da LauraTani http://only-one.myblog.it/

19/09/2008

STELLE MARINE

STELLE MARINE

Una tempesta terribile si abbatté sul mare.
Lame affilate di vento gelido trafiggevano l'acqua e la sollevavano in ondate gigantesche che si abbattevano sulla spiaggia come colpi di maglio, o come vomeri d'acciaio. Aravano il fondo marino scaraventando le piccole bestiole del fondo, i crostacei e i piccoli molluschi, a decine di metri dal bordo del mare.

Quando la tempesta passò, rapida come era arrivata, l'acqua si placò e si ritirò. Ora la spiaggia era una distesa di fango in cui si contorcevano nell'agonia migliaia e migliaia di stelle marine. Erano tante che la spiaggia sembrava colorata di rosa.

Il fenomeno richiamò molta gente da tutte le parti della costa. Arrivarono anche troupe televisive per filmare lo strano fenomeno. Le stelle marine erano quasi immobili. Stavano morendo.

Tra la gente, tenuto per mano dal papà, c'era anche una bambina che fissava con gli occhi pieni di tristezza le piccole stelle di mare. Tutti stavano a guardare e nessuno faceva niente.

All'improvviso la bambina lasciò la mano del papà, si tolse le scarpe e le calze e corse sulla spiaggia. Si chinò, raccolse con le piccole mani tre piccole stelle del mare e, sempre correndo, le portò nell'acqua. Poi tornò indietro e ripeté l'operazione.

Dalla balaustra di cemento, un uomo lo chiamò: "Ma che fai ragazzina?"

"Ributto in mare le stelle marine. Altrimenti muoiono tutte sulla spiaggia" - rispose la bambina senza smettere di correre.

"Ma ci sono migliaia di stelle marine su questa spiaggia: non puoi certo salvarle tutte. Sono troppe!" - gridò l'uomo. "E questo succede su centinaia di altre spiagge lungo la costa! Non puoi cambiare le cose!"

La bambina sorrise, si chinò a raccogliere un'altra stella di mare e gettandola in acqua rispose: "Ho cambiato le cose per questa qui".

L'uomo rimase un attimo in silenzio, poi si chinò, si tolse scarpe e calze e scese in spiaggia. Cominciò a raccogliere stelle marine e a buttarle in acqua. Un istante dopo scesero due ragazze ed erano in quattro a buttare stelle marine nell'acqua. Qualche minuto dopo erano in cinquanta, poi cento, duecento, migliaia di persone che buttavano stelle di mare nell'acqua.

Favola ricevuta da Laura Tani http://lauratani.myblog.it/ che ringrazio.

08/09/2008

LE DUE OSTRICHE

LE DUE OSTRICHE

Disse un'ostrica a una vicina: «Ho veramente un gran dolore dentro di me.
È qualcosa di pesante e di tondo, e sono stremata».
Rispose l'altra con borioso compiacimento: «Sia lode ai cieli e al mare, io non ho dolori in me.
Sto bene e sono sana sia dentro che fuori». Passava in quel momento un granchio e udì le due ostriche, e disse a quella che stava bene ed era sana sia dentro che fuori: «Sì, tu stai bene e sei sana; ma il dolore che la tua vicina porta dentro di sé è una perla di straordinaria bellezza».

È la grazia più grande, quella dell’ostrica Quando le entra dentro un granello di sabbia, una pietruzza che la ferisce, non si mette a piangere, non strepita, non si dispera. Giorno dopo giorno trasforma il suo dolore in una perla: il capolavoro della natura.

di don luciano-latraccia.myblog.it

Questa favola me l' ha data la mia amica Laura http://lauratani.myblog.it/

31/07/2008

LA PIETRA AZZURRA

LA PIETRA AZZURRA

Il gioielliere era seduto alla scrivania e guardava distrattamente la strada attraverso la vetrina del suo elegante negozio.
Una bambina si avvicinò al negozio e schiacciò il naso contro la vetrina. I suoi occhi color del cielo si illuminarono quando videro uno degli oggetti esposti.
Entrò decisa e puntò il dito verso uno splendido collier di turchesi azzurri.
"E per mia sorella. Può farmi un bel pacchetto regalo?".
Il padrone del negozio fissò incredulo la piccola cliente e le chiese: "Quanti soldi hai?".
Senza esitare, la bambina, alzandosi in punta di piedi, mise sul banco una scatola di latta, la aprì e la svuotò. Ne vennero fuori qualche biglietto di piccolo taglio, una manciata di monete, alcune conchiglie, qualche figurina.
"Bastano?", disse con orgoglio. "Voglio fare un regalo a mia sorella più grande. Da quando non c'è più la nostra mamma, è lei che ci fa da mamma e non ha mai un secondo di tempo per se stessa. Oggi è il suo compleanno e sono certa che con questo regalo la farò molto felice. Questa pietra ha lo stesso colore dei suoi occhi".
L'uomo entra nel retro e ne riemerge con una stupenda carta regalo rossa e oro con cui avvolge con cura l'astuccio.
"Prendilo" disse alla bambina. "Portalo con attenzione".
La bambina partì orgogliosa tenendo il pacchetto in mano come un trofeo.
Un'ora dopo entrò nella gioielleria una bella ragazza con la chioma color miele e due meravigliosi occhi azzurrì. Posò con decisione sul banco il pacchetto che con tanta cura il gioielliere aveva confezionato e dichiarò:
"Questa collana è stata comprata qui?".
"Sì, signorina".
"E quanto è costata?".
"I prezzi praticati nel mio negozio sono confidenziali: riguardano solo il mio cliente e me".
"Ma mia sorella aveva solo pochi spiccioli. Non avrebbe mai potuto pagare un collier come questo".
Il gioielliere prese l'astuccio, lo chiuse con il suo prezioso contenuto, rifece con cura il pacchetto regalo e lo consegnò alla ragazza.
"Sua sorella ha pagato. Ha pagato il prezzo più alto che chiunque possa pagare: ha dato tutto quello che aveva".


da latraccia.myblog.it

Questa favola me l' ha data la mia amica laura http://lauratani.myblog.it/

25/07/2008

LE STELLE E LA COMETA

LE STELLE E LA COMETA

«Nessuno guarda più in alto, nessuno si occupa più di noi», diceva una stella. Una volta facevamo sognare gli innamorati e i poeti... », disse un'altra. «E gli uomini erano nostri amici» , aggiungeva malinconica un'altra. «Guardavano le stelle per orientarsi nei loro viaggi sulla terra e per mare». « Tutta colpa delle luci artificiali », disse una stella cadente. Una cometa che passava di là tese l'orecchio e scosse la bella chioma luminosa che lasciò cadere schegge di luce. Rallentò la corsa: la conversazione sembrava interessante. « Secondo me », disse con l'aria di chi è bene informata, « il problema non è soltanto delle luci artificiali. Ce n'è un altro e più grave». Fece una pausa per dare importanza a ciò che diceva e suscitare maggiore curiosità. Infatti, tutte le stelle esclamarono subito a una voce: « Quale problema?». E l'eco siderale moltiplicò l'esclamazione da un capo all'altro della galassia: « Quale problema... blema... blema... ema... ema... ». « Io viaggio molto», riprese la cometa, « Così, andando in giro per l'universo e con una coda così lunga, non è difficile sfiorare pianeti e altri corpi celesti. Qualche volta mi avvicino anche alla terra e la posso osservare da vicino». Di nuovo la cometa fece una pausa per rendersi interessante, come fanno certi politici e tutti quelli che vogliono far colpo sull 'uditorio. «Ebbene, cos'hai visto di particolare? domandò una stella nana alquanto seccata».« Sì, cos'hai visto?», dissero tutte in coro. E l'eco ripeteva: «Cos'hai visto?... visto... isto...isto...» «Ho visto una coltre fumogena che avvolge la terra. È lo smog. E questo, con le luci artificiali, impedisce agli uomini di guardare in alto». Ci fu un silenzio generale. Tutte le stelle erano perplesse: non conoscevano lo smog «Che cos'è lo smog? E... viene da una galassia lontana?», chiese una super-nova. « No, rispose la cometa. È un prodotto delle industrie degli uomini e dei loro viaggi terrestri e aerei. La terra sta diventando una enorme ciminiera. E gli uomini sanno benissimo che lo smog è dannoso alla loro salute e a quella dei loro figli, ma non fanno nulla per eliminarlo. Questione di soldi». «Quelli laggiù», continuò la cometa,«non fanno che affannarsi a guadagnare soldi e a spenderli come forsennati. Ma non sono contenti, perché hanno dimenticato una cosa importante». «Quale?», chiesero le stelle. E l'eco ripeté ancora: «Quale?.. aIe...aIe....» «Il segreto di essere felici con poco», rispose la cometa. «E non fanno che arricchire, spesso a scapito di altri meno fortunati che, a causa della loro avidità, diventano sempre più poveri». E sospirò scuotendo ancora la bella chioma luminosa che lasciò cadere altri frammenti di luce. Ci fu un grande silenzio tra le stelle. Poi, una di esse, concluse: « Secondo me, Iddio ha creato le stelle per rendere più belle le notti degli uomini. Ma essi lo hanno dimenticato perché non guardano più il cielo».

di don luciano "latraccia.myblog.it"

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20/07/2008

LA BELLA E LA BESTIA

La Bella e la Bestia

In un paese lontano della Francia, viveva nel suo splendido castello un giovane principe. Era viziato ed egoista.  Durante una fredda notte d'inverno una vecchia mendicante si presentò al castello e chiese al giovane riparo dal freddo. La vecchia offrì al principe una rosa, ma lui la cacciò. Lei, allora, si trasformò in una bella fata e per punizione gettò un incantesimo sul castello trasformando il principe in una orribile bestia. solo se fosse riuscito a farsi amare prima che la rosa incantata sfiorisse, sarebbe tornato uomo. In un villaggio vicino viveva Belle, tutti credevano che fosse una ragazza strana perchè amava tanto leggere e, quando aveva un libro in mano non si accorgeva neppure di Gaston, l'idolo di tutte le ragazze.  Egli pensava che Belle fosse la ragazza più carina del paese, perciò aveva deciso di sposarla senza aver nemmeno chiesto il suo parere tanto era convinto che nessuna potesse resistergli; la ragazza, però, lo trovava terribilmente noioso. Il padre di Belle, Maurice, era un inventore, e quel giorno stava sperimentando una curiosa macchina spaccalegna da presentare a una fiera. "Funziona!" gridò, quando lo strano marchingegno si mise in moto. Maurice, partì per la fiera convinto di poter vincere il primo premio e diventare famoso.  Belle era felice: se il padre avesse avuto fortuna, forse la loro vita sarebbe cambiata. A lei non piaceva stare in quel paesino, sognava qualcosa di diverso. Ben presto, Maurice si accorse di aver sbagliato strada. "Andiamo di qua, Philippe,"disse l'inventore rivolto al cavallo,ed entrò nel bosco. Ad un tratto degli ululati minacciosi spaventarono Philippe, che fece cadere il suo padrone e scappò. Erano lupi! Inseguito dalle belve, anche Maurice fuggì e arrivò davanti a un cancello altissimo. Lo spinse e riuscì ad aprirlo mettendosi in salvo. In fondo al viale vide un castello. Sembrava abbandonato e aveva un aspetto pauroso. Ma la notte era fredda ed era scoppiato un temporale, perciò l'uomo decise di entrare. "C'è nessuno?" chiese.  "Certamente,lei è il benvenuto!" disse una voce. "Chi ha parlato?" esclamò Maurice, afferrando un candeliere. "Sono qui!" rispose... il candeliere. Incredibile, quell'oggetto parlava e si muoveva! E così pure Tockins, l'orologio: "Sai che succederà se il padrone lo trova qui?" Già, quello era proprio il castello in cui viveva la Bestia. Da quando la fata gli aveva fatto l'incantesimo, si vergognava del suo aspetto e aveva ordinato che nessuno potesse vederlo. Così non appena si accorse di Maurice, si infuriò: quell'uomo era venuto per curiosare. Allora sarebbe rimasto lì per sempre! Intanto Belle era alle prese con Gaston.  Era entrato in casa sua e le stava proponendo di sposarlo! Che idea! La ragazza mandò via quel maleducato, aveva alto per la testa: sogni, avventure... Quando, però, Philippe tornò a casa da solo, i sogni di Belle svanirono in un soffio. La ragazza capì che doveva essere successo qualcosa di brutto:  "Dov'è papà?" chiese agitata. Philippe non poteva rispondere, ma... poteva portarla da lui! Arrivarono al castello. Belle si stupì: com'era possibile che suo padre fosse arrivato fin laggiù? Appena varcato il cancello trovò il cappello del padre, così con coraggio entrò nelle sale buie... Camminando lungo i  corridoi, Belle arrivò dove la Bestia aveva rinchiuso Maurice. "Devi andartene subito!" cercò di spiegargli il padre, preoccupato. Troppo tardi... il mostro era già lì! "Sono venuta per mio padre. La prego, lo liberi!" supplicò Belle. Ma la Bestia non ebbe pietà: "Rimarrà dove si trova!" Generosamente la ragazza propose uno scambio. "Prenda me al suo posto!" La Bestia accettò a patto che Belle rimanesse al castello per sempre.  "La prego, risparmi mia figlia!" continuava a chiedere Maurice, mentre la Bestia lo trascinava via. Tutto inutile: il padrone del castello non lo ascoltava, e l'inventore fu costretto a ripartire da solo, su una carrozza stregata. Tornato al villaggio, Maurice corse alla taverna per chiedere aiuto, ma nessuno dei presenti, nemmeno Gaston, volle credere alla sua storia. In quel momento al castello, la teiera Mrs. Bric, la tazzina Chicco,  Tockins e gli altri oggetti animati cercavano di consolare Belle, che si sentiva molto triste. La ragazza non voleva aver niente a che fare con la Bestia. Gli oggetti, sapendo che il loro padrone, in fondo, aveva un animo sensibile, cercarono di convincerlo a comportarsi da gentiluomo: se fosse riuscito ad amarla e a farsi amare da lei, avrebbe potuto spezzare l'incantesimo! Ma quando la Bestia provò a invitarla a cena, lei rifiutò perchè non era stato per niente gentile. Solo più tardi si decise a uscire dalla sua camera per cercare qualcosa da mangiare. Gli oggetti incantati furono felicissimi di vederla entrare entrare nel salone e prepararono una tavola fantastica!  Dopo la cena, Belle passeggiò nelle sale del castello, attratta dal mistero di quel luogo incantato. Arrivata all'ala ovest, ricordò che la Bestia le aveva proibito di entrarci, ma non riuscì a resistere alla curiosità. Fu così che scoprì la rosa fatata! Stava perdendo i suoi petali a uno a uno... Affascinata da quello spettacolo, non si accorse che la Bestia era lì vicino! "Perchè è venuta qui?" le chiese pieno di rabbia, proteggendo la rosa con una zampa. Belle non poteva saperlo, ma quel fiore rappresentava l'unica speranza di salvezza per la Bestia. Ancora una volta la Bestia la spaventò.  Ormai la ragazza ne aveva abbastanza: balzò a cavallo di Philippe e fuggì. Tra gli alberi, però, i lupi erano sempre in agguato! Circondata da quei feroci animali aveva perso ogni speranza. Ma all'improvviso arrivò la Bestia e, lottando duramente, mise in fuga i lupi. Nello scontro la Bestia era stato ferito e ora giaceva a terra.  Era il momento giusto per fuggire. Belle, però, decise di restare: lui l'aveva salvata rischiando la vita. A fatica lo caricò su Philippe e lo riportò al castello. Più tardi Belle curò le ferite della Bestia e per la prima volta i due parlarono sul serio. Sì, lei era fuggita, ma solo perchè lui l'aveva spaventata! "Grazie per avermi salvato la vita," mormorò Belle alla fine. La Bestia rimase molto colpito da quelle parole gentili. Dolcezza, buone maniere: ecco quello che a lui mancava. Ma voleva cambiare... e cambiò perchè in fondo aveva un animo nobile. Per cominciare diventò un perfetto padrone di casa, un vero gentiluomo... e anche un ballerino fantastico! Belle si accorse del cambiamento, mentre la Bestia si affezionava sempre di più alla ragazza. Belle sarebbe riuscita ad amarlo? La ragazza si sentiva felice, ma le mancava suo padre. La Bestia le diede allora uno specchio magico, con il quale Belle potè vedere Maurice: era solo nel bosco ed era in pericolo! Oh, se solo avesse potuto raggiungerlo! La Bestia era innamorato di Belle; la rosa stava sfiorendo, ma la felicità della ragazza contava più di ogni altra cosa. Le donò lo specchio magico e la lasciò andare. Belle ritrovò il padre nel bosco. Era venuto da solo a salvarla, ma il freddo l'aveva indebolito. La ragazza lo riportò a casa, e qui Maurice si riprese in fretta. La felicità, però, durò poco... Gli abitanti del villaggio, guidati da Gaston, arrivarono per portare Maurice in manicomio, dicendo che aveva perso la testa: parlava di castelli, di bestie... In realtà si trattava di una perfida idea di Gaston, il quale avrebbe fatto liberare Maurice solo se Belle lo avesse sposato. La ragazza sapeva che Maurice aveva detto la verità! La Bestia esisteva davvero e lei poteva dimostrarlo, grazie allo specchio magico. Quando gli uomini videro il padrone del castello ne ebbero paura, allora Belle cercò di spiegare che non era affatto malvagio. Gaston si accorse che la ragazza si era affezionata a quella strana creatura e ne fu geloso. Subito convinse gli abitanti del villaggio che la Bestia era un pericolo per tutti loro. Gli uomini, guidati da Gaston, partirono per il castello decisi ad attaccare la Bestia. Usando il tronco di un albero, riuscirono a sfondare il portone del castello. La battaglia stava per cominciare... Gli oggetti animati difesero il castello con tutte le loro forze. Intanto Gaston cercava la Bestia nelle sale e nei corridoi. E presto lo trovò: pieno di tristezza per la partenza di Belle, sembrava non preoccuparsi minimamente di quello che stava succedendo.  Quando Gaston tese l'arco, non si mosse, e quando fu colpito non reagì. Gaston spinse la Bestia sul terrazzo del castello, ma lui ancora non si difendeva. All'improvviso Belle entrò a cavallo nel cortile sotto di loro. Era tornata! Nel vedere la ragazza la Bestia sentì rinascere la speranza e  cominciò a lottare. Anche se adesso aveva una gran paura  Gaston non smetteva di stuzzicare il suo rivale: "Sei innamorato di lei, Bestia? Pensavi davvero che avrebbe voluto te, quando poteva avere uno come me?" Belle intanto stava salendo di corsa le scale del castello... Durante la lotta, la  Bestia aveva afferrato Gaston per il collo. Questi lo supplicava di lasciarlo andare: "Farò qualunque cosa!" "Vattene!" rispose allora la Bestia, appoggiandolo sul cornicione. Belle era già sul terrazzo: "Sono qui!" gridò felice. La Bestia si arrampicò accanto lei, fu allora che Gaston lo colpì alle spalle! La sua malvagità fu punita: tentando di colpire ancora la Bestia, perse l'equilibrio e precipitò nel vuoto. Era finita per lui. Sul terrazzo, Belle era disperata: la Bestia era ferito molto gravemente. "Non lasciarmi, io ti amo!" disse piangendo. E prima che la Bestia chiudesse gli occhi per sempre, la rosa fatata perse l'ultimo petalo. In quel momento luci magiche cominciarono a scendere dal cielo... Una pioggia di scintille cadeva sul corpo della Bestia, che fu sollevato nell'aria. Belle non lo sapeva, ma l'incantesimo si era spezzato.  L'amore aveva vinto! Si, la Bestia era riuscita ad amare e a farsi amare prima che la rosa sfiorisse... e così tornò ad essere un principe.  Lei, che era innamorata della Bestia, per un attimo non capì. Ma poi vide negli occhi del giovane la stessa dolcezza che aveva conquistato il suo cuore e finalmente lo riconobbe. Subito dopo anche gli altri abitanti del castello furono liberati dall'incantesimo. Quel giorno, sotto lo sguardo commosso di papà Maurice, Belle e il principe danzarono a lungo. La gioia ormai era di casa nel castello e non se ne sarebbe andata più.

17/07/2008

PREZZEMOLINA

Prezzemolina

C'era una volta, lontano lontano, una donna incinta stava affacciata a una finestra che dava sul giardino di un'orca, e siccome vide un bel quadratino di prezzemolo gliene venne tanta voglia che si sentì svenire. Così, non potendo resistere, guardò che non ci fosse l'orca e andò a prenderne un bel ciuffo. Ma quando l'orca ritornò a casa pensò di fare la salsa verde, e andando a cogliere il prezzemolo si accorse che qualcuno lo aveva strappato.
Disse fra sé e sé: "Che io possa schiantare se non afferro questa mano lesta e non la faccio pentire, dovrà imparare a sue spese a mangiare nel suo piatto senza inzuppare di nascosto nelle pentole degli altri".
La povera donna incinta con quella voglia di prezzemolo continuava a scendere nell'orto, e una mattina l'orca ce la prese, e tutta arrabbiata e inviperita le disse:
"Ti ho acchiappato, ladra matricolata! Mi paghi forse l'affitto dell'orto, per venire a cogliere la roba quando ti pare e piace? Ti giuro che questa volta non la passi liscia!".
La donna disperata cominciò a chiedere scusa, dicendo che non aveva ceduto alla tentazione perché fosse golosa o ingorda, la sua colpa dipendeva dal fatto che era incinta e aveva paura che non soddisfacendo quella voglia la creatura che aveva in seno avrebbe potuto nascere con le voglie di prezzemolo su tutto il corpo.
"Queste sono solo chiacchere," tuonò l'orca, "e non pensare di accontentarmi con parole a vanvera! Preparati a pagare la tua colpa con la vita, a meno che tu non prometta di darmi quello che ti nascerà, maschio o femmina che sia".
La povera donna, per scampare al pericolo mortale in cui si trovava, accettò questo patto, e l'orca la lasciò andare.
Quando venne il tempo, nacque una bambina così bella che ci si rallegrava a guardarla, e siccome aveva un ciuffetto di prezzemolo disegnato in mezzo al petto, si chiamò Prezzemolina.
La bambina cresceva benissimo, e quando ebbe sette anni cominciò ad andare da una maestra. Ma tutte le volte che usciva per strada incontrava l'orca che le diceva:
"Dì alla tua mamma di ricordarsi della promessa!".
La mamma si confondeva a forza di sentirsi ripetere questo discorso, e un giorno che non ne poteva più disse a Prezzemolina:
"Se incontri un'altra volta la solita vecchia e ti ripete le stesse parole, tu dille 'e pigliatela!'".
La bambina, che era all'oscuro di tutta la faccenda, incontrando l'orca che le disse:
"Dì alla tua mamma di ricordarsi della promessa!", le ripose innocentemente come le aveva insegnato la mamma: "E pigliatela!".

Allora l'orca l'afferrò per i capelli e se la portò in un bosco dove il sole non entrava mai, perché gli alberi erano torppo fitti, e la chiuse in una altissima torre che aveva fatto apparire lì per lì con un incantesimo.
Questa torre non aveva porte né scale, ma solo un finestrino, attraverso il quale l'orca entrava e usciva, e per scendere e salire si attaccava alle trecce di Prezzemolina, che erano lunghissime e bionde.
Dopo un po' di tempo successe che mentre l'orca non era nella torre e Prezzemolina aveva sciolto le trecce al sole, passò il figlio di un re, che vedendo quei capelli scintillanti come l'oro si fermò incantato, poi alzando gli occhi vide il viso della fanciulla, e gli piacque tanto che le dichiarò il suo amore. Prezzemolina si sentì subito conquistata dalla grazia del principe, e passarono un bel po' di tempo scambiandosi parole dolci, sospiri e promesse.
Continuarono allo stesso modo per qualche tempo, finché decisero di trovare il modo di guardarsi più da vicino: quella notte lei avrebbe dato un sonnifero all'orca e il principe sarebbe salito in cima alla torre con i capelli di Prezzemolina.
Con questo accordo, quando venne l'ora stabilita, il principe arrivò ai piedi della torre e fece un fischio, la fanciulla calò le trecce, lui si attaccò con tutte e due le mani e disse:
"Ora!"
Lei lo tirò su e quando fu in cima il principe con un salto entrò dal finestrino e si abbracciarono stretti. Poi, prima che si facesse giorno, lui scese giù servendosi della stessa scala d'oro e tornò al suo palazzo.
Erano così contenti di trovarsi insieme che continuarono a fare la stessa cosa per molte notti, ma un'amica dell'orca se ne accorse e andò subito a dirle di stare attenta, perché nella sua torre c'era un traffico che lei nemmeno se lo immaginava, col rischio che Prezzemolina prendesse il volo.
L'orca ringraziò la sua amica per il consiglio e le disse:
"Ci penso io a chiuderle la strada, in ogni caso non può scappare, perché le ho fatto un incantesimo. Ci sono tre ghiande nascoste in una trave della cucina, e senza avere quelle in mano Prezzemolina non ha nessuna possibilità di sfuggirmi".
Ma mentre facevano questi discorsi la fanciulla, che stava sempre con le orecchie ben aperte, sentì tutto, così quella notte quando venne il principe lo fece salire sulla trave a cercare le ghiande. Lui le trovò e le diede a Prezzemolina, che essendo stata fatata dall'orca sapeva cosa farne, poi intrecciarono una scala di spago, scesero insieme dalla torre, e appena toccarono terra si diedero alla fuga a gambe levate.
L'amica li vide e cominciò a strillare per avvertire l'orca, e a forza di urlare riuscì a svegliarla.
Quando sentì che Prezzemolina era scappata, l'orca scese dalla torre lungo la stessa scala di spago e cominciò a rincorrere i due innamorati.
Loro, quando se la videro dietro che correva come un cavallo matto, si sentirono perduti, ma Prezzemolina si ricordò delle tre ghiande e ne buttò una in terra. Ecco che in un batter d'occhio apparve un cagnone terrificante, che abbaiando e spalancando l'enorme bocca si stava avventando sull'orca per mangiarla in un boccone.
Ma lei, che ne sapeva una più del diavolo, si mise una mano in tasca, tirò fuori una pagnotta e la buttò al cane, che abbassò la coda e si mise a mangiarla buono buono.
L'orca si rimise a correre a tutta potenza dietro ai fuggitivi e Prezzemolina, vedendo che si avvicinava, buttò in terra la seconda ghianda: ne uscì un ferocissimo leone che, frustando il terreno con la coda e scuotendo la grande criniera, era pronto a ingoiare l'orca nella sua gola immensa. Vedendo il leone l'orca tornò indietro, scuoiò un asino che pascolava su un prato, e dopo essersi messa la sua pelle addosso corse verso il leone, che credendola un asino si impaurì e scappò lontanissimo.
Superato anche questo ostacolo, l'orca riprese a inseguire a gran velocità i due poveri giovani, che vedendo un'immensa nuvola di polvere capirono che stava di nuovo per raggiungerli.
L'orca, temendo di ritrovarsi davanti al leone, non si era ancora levata la pelle d'asino; quando Prezzemolina buttò in terra la terza ghianda ne uscì un terribile lupo, che senza darle il tempo di trovare un'altra soluzione, credendola un asino inghiottì l'orca in un batter d'occhio.
Così gli innamorati uscirono dal pericolo e piano piano andarono al reame del principe, che con la benedizione di suo padre sposò Prezzemolina, e vissero sempre in allegria e prosperità.

Gianbattista Basile

14/07/2008

I FIORI DELLA PICCOLA IDA

I fiori della piccola ida

"I miei poveri fiori sono tutti morti!" disse la piccola Ida. "Erano così belli ieri sera, e ora sono tutti appassiti! Perché è successo?" chiese allo studente, che sedeva sul divano. Lei gli era molto affezionata, perché sapeva raccontare le storie più belle e sapeva ritagliare figurine di carta molto divertenti: cuori che contenevano damine che danzavano, fiori e grandi castelli, le cui porte si potevano aprire; era proprio uno studente simpatico! "Perché i fiori sono così brutti oggi?" gli chiese di nuovo, e gli mostrò un mazzo che era tutto appassito.
"Oh, sai che cosa hanno?" disse lo studente. "I fiori sono stati a ballare questa notte e per questo hanno la testa che ciondola".
"Ma no! I fiori non possono ballare" rispose la piccola Ida.
"Come no!" replicò lo studente. "Quando viene buio e noi tutti dormiamo, loro si mettono a saltare allegramente qui intorno, quasi ogni notte ballano".
"E i bambini non possono partecipare al ballo?".
"Sì: le piccole margherite e i mughetti!".
"E dove ballano i fiori più carini?" chiese la piccola Ida.
"Non sei stata già più volte fuori città in quel grande castello, dove il re abita d'estate, dove c'è un bel giardino con moltissimi fiori?
Hai anche visto i cigni nuotarti incontro quando volevi dar loro le briciole di pane. Quello, sì, che è un ballo, credimi!".
"Sono stata in quel giardino proprio ieri con la mamma" disse Ida, "ma tutte le foglie erano cadute dagli alberi e non c'era più neppure un fiore. Dove sono finiti? In estate ne ho visti tanti!".
"Sono entrati nel castello. Devi sapere che non appena il re e la sua corte rientrano in città, tutti i fiori corrono nel castello per divertirsi. Dovresti vedere! Le due rose più belle si siedono sul trono e fanno il re e la regina. Tutte le rosse creste di gallo si mettono di lato e si inchinano, loro sono i gentiluomini di corte. Poi arrivano tutti i fiori più belli e ballano, le violette fanno finta di essere allievi ufficiali di marina, e ballano coi giacinti e coi fiori di croco, che chiamano signorine! I tulipani e i grandi gigli gialli, che sono delle vecchie signore, stanno attente che si balli bene e che tutto vada per il meglio".
"Ma non c'è nessuno che fa qualcosa ai fiori che ballano nel castello del re?" chiese la piccola Ida.
"Nessuno lo sa!" ribatté lo studente. "A volte di notte arriva il vecchio guardiano, che deve controllare il castello; ha un gran mucchio di chiavi e non appena i fiori sentono il rumore delle chiavi, si azzittiscono, si nascondono dietro le lunghe tende e affacciano la testa. 'Sento bene dal profumo che qui dentro ci sono dei fiori!' dice il vecchio guardiano, ma non riesce a vederli".
"E' divertente!" disse la piccola Ida e batté le mani. "Ma neppure io li potrei vedere?".
"Sì; ricordati, quando andrai là di nuovo, di guardare dentro la finestra e sicuramente li vedrai. Io ho guardato oggi e c'era un lungo narciso giallo sdraiato sul divano che si stiracchiava come se fosse stato una dama di corte".
"Anche i fiori del giardino botanico possono andare fin là? Possono camminare così a lungo?".
"Certo che possono. Quando vogliono, possono anche volare. Non hai mai visto le belle farfalle, rosse, gialle e bianche, che sembrano proprio dei fiori? E lo erano; sono saltate dal gambo verso l'alto e hanno agitato i petali come se fossero state piccole ali, e così hanno cominciato a volare; e dato che si comportarono bene, ottennero il permesso di volare anche di giorno, non dovettero più tornare a casa e rimettersi sul gambo, e così i petali divennero alla fine delle vere ali. E tu stessa l'hai visto! Può anche essere che i fiori del giardino botanico non siano mai stati nel castello del re, altrimenti saprebbero quanto è divertente là di notte. Per questo ora ti dico qualcosa che renderà molto sorpreso il professore di botanica che abita qui accanto. Tu lo conosci, vero? Quando vai nel suo giardino devi raccontare a uno dei suoi fiori che c'è un grande ballo al castello, così lui lo dirà a tutti gli altri e se ne partiranno; e quando il professore entrerà nel giardino non ci sarà più nessun fiore e lui non saprà dove sono finiti".
"Ma come farà il fiore a raccontarlo agli altri? I fiori non sanno parlare!".
"No, certo che non sanno parlare" rispose lo studente, "ma usano la mimica. Avrai notato che quando c'è un po' di vento, i fiori fanno cenni e muovono le foglie; si capiscono come se parlassero".
"E il professore non capisce la mimica?".
"Sì, senza dubbio! Una mattina era entrato nel suo giardino e aveva visto una grande ortica parlare con i movimenti delle foglie a un bel garofano rosso; gli diceva: 'Sei così carino, e io ti voglio molto bene!'; ma questo al professore non piaceva, così picchiò subito l'ortica sulle foglie, e in quel modo si fece male e da quel momento non osò più toccare un'ortica".
"E' divertente!" esclamò la piccola Ida, e rise.
"Come si fa a raccontare certe cose ai bambini!" disse il noioso consigliere che era venuto a far visita e che si era seduto sul divano; non poteva sopportare lo studente e borbottava sempre quando lo vedeva ritagliare quelle strane figure divertenti: una volta un uomo che penzolava dalla forca e aveva un cuore in mano - era un ladro di cuori - un'altra volta una vecchia strega che cavalcava una scopa e aveva il marito sul naso; tutto questo non piaceva al consigliere che diceva sempre: 'Che gusto mettere queste sciocchezze in testa ai bambini. Tu e la tua stupida fantasia!".
La piccola Ida pensava invece che era così divertente quello che lo studente raccontava dei suoi fiori, e ci pensò a lungo. Se i fiori avevano la testa piegata perché erano stanchi per aver ballato tutta la notte, erano certamente malati. Così li prese e li portò da tutti i suoi giocattoli, sistemati su un grazioso tavolino col cassetto pieno di cianfrusaglie. Nel letto della bambola c'era la bambola, Sofia, che dormiva, ma la piccola Ida le disse: "Adesso devi alzarti, Sofia, e accontentarti di stare nel cassetto per questa notte; i poveri fiori sono malati e devono sdraiarsi nel tuo letto, così forse guariranno", e sollevò la bambola che la guardava di traverso ma non disse una parola, perché era molto arrabbiata di non poter stare nel suo letto.
Poi Ida mise i fiori nel lettino della bambola, li coprì per bene con la coperta e disse che dovevano stare tranquilli: avrebbe preparato del tè per loro, così sarebbero guariti e si sarebbero alzati di nuovo l'indomani. Poi tirò le tende vicino al lettino per evitare che il sole li disturbasse.
Per tutta la sera non poté fare a meno di pensare a quello che lo studente le aveva raccontato, e quando lei stessa dovette andare a letto, guardò prima dietro le tendine della finestra dove c'erano i bei fiori della sua mamma, i giacinti e i tulipani, e sussurrò piano piano: "So bene che dovete andare al ballo questa notte"; i fiori fecero finta di niente, non mossero una foglia, ma Ida sapeva bene quello che diceva.
Una volta a letto pensò a lungo a quanto sarebbe stato bello vedere i bei fiori danzare al castello del re. "Chissà se i miei fiori sono veramente stati là?". E così si addormentò. A metà notte si svegliò di nuovo; aveva sognato i fiori e lo studente con cui il consigliere brontolava dicendo che voleva mettere tutte quelle sciocchezze in testa alla bambina. C'era silenzio nella camera da letto dove si trovava Ida; la lampada per la notte bruciava laggiù sul tavolo e i suoi genitori dormivano.
"Chissà se i miei fiori sono ancora nel letto di Sofia!" si chiese, " mi piacerebbe saperlo". Si alzò a sedere e guardò verso la porta, che era socchiusa: là nella stanza c'erano i fiori e tutti i suoi giocattoli. Tese l'orecchio e le sembrò di sentire qualcuno che suonava il pianoforte in quella stanza, ma così piano e così bene che non l'aveva mai sentito prima.
"Certamente tutti i fiori stanno ballando là dentro" disse. "Oh, come mi piacerebbe vederli!" ma non osava alzarsi, perché avrebbe svegliato i suoi genitori. "Se solo venissero qui loro" pensò, ma i fiori non vennero e la musica continuava, ed era tanto bella che lei non poté più trattenersi; scivolò fuori dal suo lettino e andò piano piano fino alla porta e da lì guardò nella stanza. Oh, che belle cose vide!
Non c'era luce là dentro, ma ugualmente la stanza era luminosa, la luna brillava attraverso la finestra fino in mezzo al pavimento! Tutti i giacinti e i tulipani erano allineati in due file sul pavimento, non ce n'erano più alla finestra, i vasi erano tutti vuoti. Sul pavimento i fiori ballavano girando tra di loro, facevano catene ordinate e si tenevano per le lunghe foglie verdi, quando ruotavano.
Al pianoforte sedeva un grande giglio giallo, che Ida di sicuro aveva visto quell'estate perché ricordava bene che lo studente aveva detto:
"Oh, come assomiglia alla signorina Line!", ma tutti lo avevano preso in giro; ora invece il lungo fiore giallo assomigliava alla signorina, e si muoveva allo stesso modo mentre suonava, piegava il viso allungato prima da una parte e poi dall'altra, segnando il tempo della musica. Nessuno si accorse della piccola Ida. Lei vide poi un grande croco blu saltare sul tavolo dei giocattoli e andare al letto della bambola e tirare le tendine; lì c'erano i fiori malati, ma si alzarono subito e fecero come gli altri, come se volessero danzare pure loro.
Il vecchio bruciafumo, quello con il labbro inferiore rotto, si alzò e si inchinò davanti ai bei fiori, che non sembravano affatto malati; anzi saltarono giù insieme agli altri e avevano l'aria di divertirsi.
Le sembrò poi che qualcuno fosse caduto giù dal tavolo, e guardò in quella direzione: era il frustino di carnevale che era saltato giù, pensando di dover stare insieme ai fiori. Era molto grazioso e proprio sopra aveva un bambolotto di cera che portava un largo cappello in testa, giusto come quello del consigliere; il frustino di carnevale saltellava sulle sue tre gambe di legno rosse in mezzo ai fiori e batteva forte i piedi, perché si ballava la mazurca, e quella danza gli altri fiori non la potevano fare: erano troppo leggeri e non potevano battere i piedi.
Il bambolotto di cera sul frustino di carnevale divenne sempre più lungo e grande, e si librò sopra i fiori di carta e urlò a voce ben alta: "Come si fa a far credere certe cose ai bambini! Tu e la tua stupida fantasia!" e in quel momento il bambolotto di cera era tale e quale il consigliere, con quel largo cappello, era giallo e burbero come lui, ma i fiori di carta lo colpirono e tornò a essere un minuscolo bambolotto di cera. Era proprio divertente! La piccola Ida non poté fare a meno di ridere.
Il frustino di carnevale continuò a danzare e il consigliere non poteva non danzare con lui; che si facesse ancora lungo lungo o restasse il bambolotto di cera con l'enorme cappello, non serviva proprio a niente. Allora furono gli altri fiori a chiedere che potesse smettere, soprattutto quelli che avevano riposato nel letto della bambola, e così il frustino di carnevale si fermò. Contemporaneamente si sentì bussare forte nel cassetto, dove la bambola di Ida, Sofia, si trovava con molti altri giocattoli; il bruciafumo corse fino al bordo della tavola, si affacciò, appoggiato sulla pancia, e aprì un pochino il cassetto. Sofia si alzò in piedi e guardò intorno meravigliata.
"Qui c'è un ballo!" disse, "perché nessuno me l'ha detto?".
"Vuoi ballare con me?" chiese il bruciafumo.
"Sì, sei proprio il tipo giusto con cui ballare!" gli disse, e gli voltò le spalle. Poi sedette sul cassetto e pensò che uno dei fiori sarebbe certo andato a invitarla, ma nessuno andò; allora tossì un po': "uhm, uhm, uhm!", ma anche con questo non andò nessuno. Il bruciafumo se la ballava da solo e non era affatto male!
Dato che nessuno dei fiori sembrava guardarla, Sofia si lasciò cadere dal cassetto giù nel pavimento, così ci fu una gran confusione; tutti i fiori corsero lì e la circondarono e le chiesero se si era fatta male, e tutti i fiori di Ida la ringraziarono per il comodo letto e si occuparono di lei; la misero in mezzo al pavimento, dove la luna splendeva, e danzarono insieme a lei, e tutti gli altri fiori le fecero cerchio intorno: ora Sofia si divertiva proprio! e disse che potevano tenere ancora il suo letto, perché a lei non costava nulla stare nel cassetto.
Ma i fiori risposero: "Ti ringraziamo molto, ma non vivremo a lungo; domani saremo morti: riferisci alla piccola Ida che ci seppellisca nel giardino, dove giace il canarino, così cresceremo di nuovo per l'estate e saremo ancora più belli!".
"No, non potete morire!" disse Sofia e baciò i fiori; nello stesso istante si aprì la porta del salone ed entrò danzando una gran quantità di fiori bellissimi; Ida non immaginava da dove venissero.
Erano certo tutti i fiori del castello del re. Per prime giunsero due belle rose, che portavano piccole corone d'oro in testa; erano un re e una regina, poi seguivano le più belle violacciocche e i garofani più graziosi, e salutavano da ogni parte. Avevano con loro anche un'orchestrina, grandi papaveri e peonie soffiavano nei baccelli dei piselli ed erano tutti rossi in viso, i giacinti azzurri e i bianchi bucaneve suonavano come se avessero avuto addosso delle campanelline.
Facevano una bella musica. Poi giunsero molti altri fiori e ballarono tutti insieme, le violette azzurre e le margheritine rosse, le margherite e i mughetti. E tutti si baciavano tra loro, erano così carini da vedere!
Alla fine si augurarono la buona notte e anche la piccola Ida se ne tornò nel suo lettino, dove sognò tutto quello che aveva visto.
Quando il mattino dopo si alzò, andò subito al tavolino per vedere se i fiori erano ancora lì, tirò le tendine del letto e, sì, c'erano tutti, ma erano completamente appassiti, molto più che il giorno prima. Sofia era nel cassetto, dove l'aveva messa lei, e appariva molto assonnata.
"Ti ricordi che cosa mi dovevi dire?" chiese la piccola Ida, ma Sofia aveva l'aria molto stupida e non disse una parola.
"Non sei affatto buona" disse Ida, "eppure hanno ballato tutti con te". Poi prese una scatoletta di cartone con disegnati sopra dei begli uccellini, la aprì e vi mise dentro i fiori morti. "Questa sarà la vostra graziosa bara" disse, "e quando i miei cugini norvegesi saranno qui, vi seppelliremo fuori in giardino, così potrete crescere per l'estate e diventare ancora più belli".
I cugini norvegesi erano due ragazzi in gamba, si chiamavano uno Giona e l'altro Adolfo; avevano appena avuto in regalo dal padre due nuovi archi che avevano portato per mostrarli a Ida. Lei raccontò dei poveri fiori appassiti, e così poté seppellirli. I due ragazzi erano davanti, con gli archi sulle spalle, e la piccola Ida li seguiva con i fiori morti nella graziosa scatola; nel giardino venne scavata una piccola fossa; Ida prima baciò i fiori, poi li posò con la scatola nella terra e Adolfo e Giona tirarono con l'arco, non avendo né fucili né cannoni.
Andersen

13/07/2008

GIOVE E I FULMINI

Giove e i Fulmini

Giove un dì dall'alto scanno, i peccati rimirando, che dagli uomini si fanno, - Fino a quando, - prese a dire, - questa razza soffrirò? D'altra gente riempire men noiosa il mondo io vo' -.
E a Mercurio: - Va', precipitati all'inferno, e la più feroce tirane delle Furie e fa' che tutta questa gente sia distrutta in eterno -. Ma il comando non finì che il buon padre si pentì.
Prenci e re, mi raccomando, voi che siete Numi in terra, del furore tra il baleno e il discender delle botte deh! lasciate in mezzo almeno l'intervallo d'una notte.
Va quel dio che ha l'ali ai piedi e la lingua lusinghiera, e discende ove Tisìfone con Megera, con Aletto fanno il ghetto.
Sorge Aletto, e con perverso giuramento, si propone di tirare l'universo nella casa di Plutone.
Padre Giove, il giuramento della Furia cancellò e nel buio la ricaccia. Quindi fa l'esperimento di scagliare una saetta per minaccia dell'olimpica vendetta.
Dalla man di un Dio sì buono, padre giusto dei viventi, con frastuono passa il fulmine sopra il capo delle genti, e va a rompersi lontano sopra l'erta d'una rupe alta e deserta. Un buon babbo pesta piano.
Sulla via dell'indulgenza prese l'uomo confidenza e fe' peggio ancor di prima. Il padrone delle nuvole altre lima più terribili saette, ma gli dèi lo persuadono l'ira sua pigliando a gabbo, di star pago al suo mestiero di buon babbo.
Venne innanzi allor Vulcano e a far fulmini dié mano di diversa qualità. I migliori, intendo quei che non dànno mai perdono, dal lor trono ce li scagliano gli dèi: quei che fanno inutil prove e si pèrdono qua e là sono i fulmini di Giove.
Jean de La Fontaine

12/07/2008

PIUMADORO E PIOMBOFINO

Piumadoro e Piombofino

Piumadoro era orfana e viveva col nonno nella capanna del bosco. Il nonno era carbonaio ed essa lo aiutava nel raccattar fascine e nel far carbone. La bimba cresceva buona, amata dalle amiche e dalle vecchiette degli altri casolari, e bella, bella come una regina.
Un giorno di primavera vide sui garofani della sua finestra una farfalla candida e la chiuse tra le dita.
- Lasciami andare, per pietà!...
Piumadoro la lasciò andare.
- Grazie, bella bambina; come ti chiami?
- Piumadoro.
- Io mi chiamo Pieride del Biancospino. Vado a disporre i miei bruchi in terra lontana. Un giorno forse ti ricompenserò.
E la farfalla volò via.
Un altro giorno Piumadoro ghermì, a mezzo il sentiero, un bel soffione niveo trasportato dal vento, e già stava lacerandone la seta leggera.
- Lasciami andare, per pietà!...
Piumadoro lo lasciò andare.
- Grazie, bella bambina. Come ti chiami?
- Piumadoro.
- Grazie, Piumadoro. Io mi chiamo Achenio del Cardo. Vado a deporre i miei semi in terra lontana. Un giorno forse ti ricompenserò.
E il soffione volò via.
Un altro giorno Piumadoro ghermì nel cuore d'una rosa uno scarabeo di smeraldo.
- Lasciami andare, per pietà!
Piumadoro lo lasciò andare.
- Grazie, bella bambina. Come ti chiami?
- Piumadoro.
- Grazie, Piumadoro. Io mi chiamo Cetonia Dorata. Cerco le rose di terra lontana. Un giorno forse ti ricompenserò.
E la cetonia volò via.
II
Sui quattordici anni avvenne a Piumadoro una cosa strana. Perdeva di peso.
Restava pur sempre la bella bimba bionda e fiorente, ma s'alleggeriva ogni giorno di più.
Sulle prime non se ne dette pensiero. La divertiva, anzi, l'abbandonarsi dai rami degli alberi altissimi e scender giù, lenta, lenta, lenta, come un foglio di carta. E cantava:
Non altre adoro - che Piumadoro...
Oh! Piumadoro,
bella bambina - sarai Regina.
Ma col tempo divenne così leggera che il nonno dovette appenderle alla gonna quattro pietre perché il vento non se la portasse via. Poi nemmeno le pietre bastarono più e il nonno dovette rinchiuderla in casa.
- Piumadoro, povera bimba mia, qui si tratta di un malefizio!
E il vecchio sospirava. E Piumadoro s'annoiava, così rinchiusa.
- Soffiami, nonno!
E il vecchio, per divertirla, la soffiava in alto per la stanza. Piumadoro saliva e scendeva, lenta come una piuma.
Non altre adoro - che Piumadoro...
Oh! Piumadoro,
bella bambina - sarai Regina.
- Soffiami, nonno!
E il vecchio soffiava forte e Piumadoro saliva leggera fino alle travi del soffitto.
Oh! Piumadoro,
bella bambina - sarai Regina.
- Piumadoro, che cosa canti?
- Non son io. È una voce che canta in me.
Piumadoro sentiva, infatti, ripetere le parole da una voce dolce e lontanissima.
E il vecchio soffiava e sospirava:
- Piumadoro, povera bimba mia, qui si tratta di un malefizio!...
III
Un mattino Piumadoro si svegliò più leggera e più annoiata del consueto.
Ma il vecchietto non rispondeva.
- Soffiami, nonno!
Piumadoro s'avvicinò al letto del nonno. Il nonno era morto.
Piumadoro pianse.
Pianse tre giorni e tre notti. All'alba del quarto giorno volle chiamar gente. Ma socchiuse appena l'uscio di casa che il vento se la ghermì, se la portò in alto, in alto, come una bolla di sapone...
Piumadoro gettò un grido e chiuse gli occhi.
Osò riaprirli a poco a poco, e guardare in giù, attraverso la sua gran capigliatura disciolta. Volava ad un'altezza vertiginosa.
Sotto di lei passavano le campagne verdi, i fiumi d'argento, le foreste cupe, le città, le torri, le abazie minuscole come giocattoli...
Piumadoro richiuse gli occhi per lo spavento, si avvolse, si adagiò nei suoi capelli immensi come nella coltre del suo letto e si lasciò trasportare.
- Piumadoro, coraggio!
Aprì gli occhi. Erano la farfalla, la cetonia ed il soffione.
- Il vento ci porta con te, Piumadoro. Ti seguiremo e ti aiuteremo nel tuo destino.
Piumadoro si sentì rinascere.
- Grazie, amici miei.
Non altre adoro - che Piumadoro...
Oh! Piumadoro,
bella bambina - sarai Regina.
- Chi è che mi canta all'orecchio, da tanto tempo?
- Lo saprai verso sera, Piumadoro, quando giungeremo dalla Fata dell'Adolescenza.
Piumadoro, la farfalla, la cetonia ed il soffione proseguirono il viaggio, trasportati dal vento.
IV
Verso sera giunsero dalla Fata dell'Adolescenza. Entrarono per la finestra aperta.
La buona Fata li accolse benevolmente. Prese Piumadoro per mano, attraversarono stanze immense e corridoi senza fine, poi la Fata tolse da un cofano d'oro uno specchio rotondo.
- Guarda qui dentro.
Piumadoro guardò. Vide un giardino meraviglioso, palmizi e alberi tropicali e fiori mai più visti.
E nel giardino un giovinetto stava su di un carro d'oro che cinquecento coppie di buoi trascinavano a fatica. E cantava:
Oh! Piumadoro,
bella bambina - sarai Regina.
- Quegli che vedi è Piombofino, il Reuccio delle Isole Fortunate, ed è quegli che ti chiama da tanto tempo con la sua canzone. È vittima d'una malìa opposta alla tua. Cinquecento coppie di buoi lo trascinano a stento. Diventa sempre più pesante. Il malefizio sarà rotto nell'istante che vi darete il primo bacio.
La visione disparve e la buona Fata diede a Piumadoro tre chicchi di grano.
- Prima di giungere alle Isole Fortunate il vento ti farà passare sopra tre castelli. In ogni castello ti apparirà una fata maligna che cercherà di attirarti con la minaccia o con la lusinga. Tu lascerai cadere ogni volta uno di questi chicchi.
Piumadoro ringraziò la Fata, uscì dalla finestra coi suoi compagni e riprese il viaggio, trasportata dal vento.
V
Giunsero verso sera in vista del primo castello. Sulle torri apparve la Fata Variopinta e fece un cenno con le mani. Piumadoro si sentì attrarre da una forza misteriosa e cominciò a discendere lentamente. Le parve distinguere nei giardini volti di persone conosciute e sorridenti: le compagne e le vecchiette del bosco natìo, il nonno che la salutava.
Ma la cetonia le ricordò l'avvertimento della Fata dell'Adolescenza e Piumadoro lasciò cadere un chicco di grano. Le persone sorridenti si cangiarono subitamente in demoni e in fattucchiere coronate di serpi sibilanti.
Piumadoro si risollevò in alto con i suoi compagni, e capì che quello era il Castello della Menzogna e che il chicco gettato era il grano della Prudenza.
Viaggiarono due altri giorni. Giunsero verso sera in vista del secondo castello.
Era un castello color di fiele, striato di sanguigno. Sulle torri la Fata Verde si agitava furibonda. Una turba di persone livide accennava tra i merli e dai cortili, minacciosamente.
Piumadoro cominciò a discendere, attratta dalla forza misteriosa. Terrorizzata lasciò cadere il secondo chicco. Appena il grano toccò terra il castello si fece d'oro, la Fata e gli ospiti apparvero benigni e sorridenti, salutando Piumadoro con le mani protese. Questa si risollevò e riprese il cammino trasportata dal vento; e capì che quello era il grano della Bontà.
Viaggia, viaggia, giunsero due giorni dopo al terzo castello. Era un castello meraviglioso, fatto d'oro e di pietre preziose.
La Fata Azzurra apparve sulle torri, accennando benevolmente verso Piumadoro.
Piumadoro si sentì attrarre dalla forza invisibile. Avvicinandosi a terra udiva un confuso clamore di risa, di canti, di musiche; distingueva nei giardini immensi gruppi di dame e di cavalieri scintillanti, intesi a banchetti, a balli, a giostre, a teatri.
Piumadoro, abbagliata, già stava per scendere, ma la cetonia le ricordò l'ammonimento della Fata dell'Adolescenza, ed ella lasciò cadere, a malincuore, il terzo chicco di grano. Appena questo toccò terra, il castello si cangiò in una spelonca, la Fata Azzurra in una megera spaventosa e le dame e i cavalieri in poveri cenciosi e disperati che correvano piangendo tra sassi e roveti. Piumadoro, sollevandosi d'un balzo nell'aria, capì che quello era il Castello dei Desideri e che il chicco gettato era il grano della Saggezza.
Proseguì la via, trasportata dal vento.
La pieride, la cetonia ed il soffione la seguivano fedeli, chiamando a raccolta tutti i compagni che incontravano per via. Così che Piumadoro ebbe ben presto un corteo di farfalle variopinte, una nube di soffioni candidi e una falange abbagliante di cetonie smeraldine.
Viaggia, viaggia, viaggia, la terra finì, e Piumadoro, guardando giù, vide una distesa azzurra ed infinita. Era il mare.
Il vento si calmava e Piumadoro scendeva talvolta fino a sfiorare con la chioma le spume candide. E gettava un grido. Ma le diecimila farfalle e le diecimila cetonie la risollevavano in alto, col fremito delle loro piccole ali.
Viaggiarono così sette giorni.
All'alba dell'ottavo giorno apparvero sull'orizzonte i minareti d'oro e gli alti palmizi delle Isole Fortunate.
VI
Nella Reggia si era disperati.
Il Reuccio Piombofino aveva sfondato col suo peso la sala del Gran Consiglio e stava immerso fino alla cintola nel pavimento a mosaico. Biondo, con gli occhi azzurri, tutto vestito di velluto rosso, Piombofino era bello come un dio, ma la malìa si faceva ogni giorno più perversa.
Ormai il peso del giovinetto era tale che tutti i buoi del Regno non bastavano a smuoverlo d'un dito.
Medici, sortiere, chiromanti, negromanti, alchimisti erano stati chiamati inutilmente intorno all'erede incantato.
Non altre adoro - che Piumadoro...
Oh! Piumadoro,
bella bambina - sarai Regina.
E Piombofino affondava sempre più, come un mortaio di bronzo nella sabbia del mare.
Un mago aveva predetto che tutto era inutile, se l'aiuto non veniva dall'incrociarsi di certe stelle benigne.
La Regina correva ogni momento alla finestra e consultava a voce alta gli astrologhi delle torri.
- Mastro Simone! Che vedi, che vedi all'orizzonte?
- Nulla, Maestà... La Flotta Cristianissima che torna di Terra Santa.
E Piombofino affondava sempre.
- Mastro Simone, che vedi?...
- Nulla, Maestà... Uno stormo d'aironi migratori...
- Mastro Simone, che vedi?...
- Nulla, Maestà... Una galea veneziana carica d'avorio.
Il Re, la Regina, i ministri, le dame erano disperati.
Piombofino emergeva ormai con la testa soltanto; e affondava cantando:
Oh! Piumadoro,
bella bambina - sarai Regina.
S'udì, a un tratto, la voce di mastro Simone:
- Maestà!... Una stella cometa all'orizzonte! Una stella che splende in pieno meriggio!
Tutti accorsero alla finestra, ma prima ancora la gran vetrata di fondo s'aprì per incanto e Piumadoro apparve col suo seguito alla Corte sbigottita,
I soffioni le avevano tessuta una veste di velo, le farfalle l'avevano colorata di gemme. Le diecimila cetonie, cambiate in diecimila paggetti vestiti di smeraldo, fecero ala alla giovinetta che entrò sorridendo, bella e maestosa come una dea.
Piombofino, ricevuto il primo bacio di lei, si riebbe come da un sogno, e balzò in piedi libero e sfatato, tra le grida di gioia della Corte esultante.
Furono imbandite feste mai più viste. E otto giorni dopo Piumadoro la carbonaia sposava il Reuccio delle Isole Fortunate.
Guido Gozzano

NEVINA E FIORDAPRILE

Nevina e Fiordaprile

Quando il sughero pesavae la pietra era leggera come il ricciolo dell'ava
c'era, allora, c'era... c'era... ... una principessa chiamata Nevina che viveva sola col padre Gennaio.
Lassù, nel candore perpetuo, abbagliante, inaccessibile agli uomini, il Re Gennaio preparava la neve con una chimica nota a lui solo; Nevina la modellava su piccole forme tolte dagli astri e dagli edelweiss, poi, quando la cornucopia era piena, la vuotava secondo il comando del padre ai quattro punti dell'orizzonte. E la neve si diffondeva sul mondo.
Nevina era pallida e diafana, bella come le dee che non sono pi—: le sue chiome erano appena bionde, d'un biondo imitato dalla Stella Polare, il suo volto, le sue mani avevano il candore della neve non ancora caduta, l'occhio era cerulo come l'azzurro dei ghiacciai.
Nevina era triste.
Nelle ore di tregua, quando la notte era serena e stellata e il padre Gennaio sospendeva l'opera per dormire nell'immensa barba fluente, Nevina s'appoggiava ai balaustri di ghiaccio, chiudeva il mento tra le mani e fissava l'orizzonte lontano, sognando.
Una rondine ferita che valicava le montagne, per recarsi nelle terre del sole, era caduta nelle sue mani, che avevano tentato invano di confortarla; nei brividi dell'agonia la rondine aveva delirato, sospirando il mare, i fiori, i palmizi, la primavera senza fine. E Nevina da quel giorno sognava le terre non viste.
Una notte decise di partire. Passò cauta sulla barba fluente di Gennaio, lasciò il ghiaccio e la neve eterna, prese la via della valle, si trovò fra gli abeti. Gli gnomi che la vedevano passare diafana, fosforescente nelle tenebre della foresta, interrompevano le danze, sostavano cavalcioni sui rami, fissandola con occhi curiosi e ridarelli.
- Nevina!
- Nevina! Dove vai?
- Nevina, danza con noi!
- Nevina, non ci lasciare!
E gli Spiritelli benigni le facevano ressa intorno, tentavano di arrestarle il passo abbracciandole con tutta forza la caviglia, cercavano di imprigionarle i piedi leggeri entro rami d'edera e di felce morta.
Nevina sorrideva, sorda ai richiami affettuosi, toglieva dalla cornucopia d'argento una falda di neve, la diffondeva intorno, liberandosi dei piccoli compagni di gioco. E proseguiva il cammino diafana, silenziosa, leggera come le dee che non sono pi—.
Giunse a valle, fu sulla grande strada.
L'aria si mitigava. Un senso d'affanno opprimeva il cuore di Nevina; per respirare toglieva dalla cornucopia una falda di neve, la diffondeva intorno, ritrovava le forze e il respiro nell'aria fatta gelida subitamente.
Proseguì rapida, percorse gran tratto di strada. Ad un crocevia sostò in estasi, con gli occhi abbagliati. Le si apriva dinnanzi uno spazio ignoto, una distesa azzurra e senza fine, come un altro cielo tolto alla volta celeste, disteso in terra, trattenuto, agitato ai lembi da mani invisibili. Nevina proseguì sbigottita. La terra intorno mutava. Anemoni, garofani, mimose, violette, reseda, narcisi, giacinti, giunchiglie, gelsomini, tuberose, fin dove l'occhio giungeva, dal colle al mare, mal frenati dai muri e dalle siepi dei giardini, i fiori straripavano come un fiume di petali dove emergevano le case e gli alberi.
Gli ulivi distendevano il loro velo d'argento, i palmizi svettavano diritti, eccelsi come dardi scagliati nell'azzurro.
Nevina volgeva gli occhi estasiati sulle cose mai viste, dimenticava di diffondere la neve; poi l'affanno la riprendeva, toglieva una falda, si formava intorno una zona di fiocchi candidi e d'aria gelida che le ridava il respiro. E i fiori, gli ulivi, le palme guardavano pur essi con meraviglia la giovinetta diafana che trasvolava in un turbine niveo e rabbrividivano al suo passaggio.
Un giovane bellissimo, dal giustacuore verde e violetto, apparve innanzi a Nevina, fissandola con occhi inquieti, vietandole il passo:
- Chi sei?
- Nevina sono. Figlia di Gennaio.
- Ma non sai, dunque, che questo non è il regno di tuo padre? Io sono Fiordaprile, e non t'è lecito avanzare sulle mie terre. Ritorna al tuo ghiacciaio, pel bene tuo e pel mio!
Nevina fissava il principe con occhi tanto supplici e dolci che Fiordaprile si sentì commosso.
- Fiordaprile, lasciami avanzare! Mi fermerò poco. Voglio toccare quella neve azzurra, verde, rossa, violetta che chiamate fiori, voglio immergere le mie dita in quel cielo capovolto che è il mare!
Fiordaprile la guardò sorridendo; assentì col capo:
- Andiamo, dunque. Ti farò vedere tutto il mio regno.
Proseguirono insieme, tenendosi per mano, fissandosi negli occhi, estasiati e felici. Ma via via che Nevina avanzava, una zona bigia offuscava l'azzurro del cielo, un turbine di fiocchi candidi copriva i giardini meravigliosi. Passarono in un villaggio festante; contadini e contadine danzavano sotto i mandorli in fiore. Nevina volle che Fiordaprile la facesse danzare: entrarono in ballo; ma la brigata si disperse con un brivido, i suoni cessarono, l'aria si fece di gelo; e dal cielo fatto bigio cominciarono a scendere, con la neve odorosa dei mandorli, i petali gelidi della neve, la vera neve che Nevina diffondeva al suo passaggio. I due dovettero fuggire tra le querele irose della brigata. Giunti poco lungi, volsero il capo e videro il paese di nuovo festante sotto il cielo rifatto sereno...
- Nevina, ti voglio sposare!
- I tuoi sudditi non vorranno una regina che diffonde il gelo.
- Non importa. La mia volontà sarà fatta.
Avanzarono ancora, tenendosi per mano, fissandosi negli occhi, immemori e felici... Ma ad un tratto Nevina s 'arrestò coprendosi di un pallore più diafano.
- Fiordaprile! Fiordaprile! ... Non ho più neve!
E tentava con le dita - invano - il fondo della cornucopia.
- Fiordaprile! ... Mi sento morire! .. . Portami al confine... Fiordaprile!... Non reggo più!...
Nevina si piegava, veniva meno. Fiordaprile tentò di sorreggerla, la prese fra le braccia, la portò di peso, correndo verso la valle.
- Nevina! Nevina!
Nevina non rispondeva. Si faceva diafana più ancora. Il suo volto prendeva la trasparenza iridata della bolla che sta per dileguare.
-Nevina! Rispondi!
Fiordaprile la coprì col mantello di seta per difenderla dal sole ardente, proseguì correndo, arrivò nella valle, per affidarla al vento di tramontana.
Ma quando sollevò il mantello Nevina non c'era pi—. Fiordaprile si guardò intorno smarrito, pallido, tremante. Dov'era? L'aveva perduta per via? Alzò le mani al volto, in atto disperato; poi il suo sguardo s'illuminò. Vide Nevina dall'altra parte della valle che salutava con la mano protesa in un addio sorridente.
Un suo vecchio precettore, il vento di tramontana, la sospingeva pei sentieri nevosi, verso il ghiaccio eterno, verso il regno inaccessibile del padre Gennaio.
Guido Gozzano

11/07/2008

LA REGINA DELLE NEVI

La Regina delle nevi
Favole e Fiabe di Andersen

C'era una volta uno stregone maligno, che aveva inventato uno specchio dai poteri diabolici: i paesaggi più belli diventano luoghi spaventosi, le persone più belle diventavano brutte.
Non solo: chi si specchiava diventava cattivo e perfido.
Gerda e Hans, due allegri scolari, erano vicini di casa e grandi amici. I loro terrazzini confinavano e così i due ragazzi si vedevano ad ogni ora del giorno.
Una domenica, Hans, mentre stava parlando con la piccola amica, sentì un bruscolo entrargli in un occhio.
Cercò di liberarsene, ma non vi riuscì e rimase di pessimo umore.
- Che hai Hans? - gli chiese Gerda. - Che ti succede?
- Proprio nulla che ti interessi - rispose sgarbatamente il ragazzo e Gerda si meravigliò esi addolorò nel sentirlo parlare così duramente.
Era successa una cosa orribile: Lo specchio diabolico era andato in mille frantumi che il vento aveva portato con sé.
Proprio uno di quei frantumi era entrato nell'occhio di Hans e da qui era sceso nel suo cuore che era diventato duro e freddo come la pietra.

Da allora il ragazzo non fu più lo stesso né a casa né a scuola: diventò cattivo, scontroso, maleducato e volgare.
L'inverno giunse presto quell'anno e tutto il paese era ricoperto di neve.
Un mattino, mentre si recava a scuola con la sua slitta, Hans vide affiancarsi alla sua, una slitta grande ed elegante tirata da due candidi cavalli.
- Come mi piacerebbe farmi trascinare a scuola! - pensò.
Come per incanto la grande slitta diminuì l'andatura e Hans riuscì ad attaccarvi la sua.
I cavalli ripresero allora a trottare a gran velocità: era divertente correre così di carriera. Ma ad una tratto la slitta lasciò la città e corse velocissima per le vie della campagna.
- Lasciatemi, lasciatemi! - gridò allora piangendo Hans ma non fu ascoltato.

A sera la slitta si arrestò, ne scese una bellissima signora, tutta bianca. Egli la riconobbe: era la Regina delle Nevi.
La signora lo baciò sulla fronte ed egli cadde addormentato con un gran gelo in cuore.
La dama bianca lo trasportò sulla sua carrozza e partì per il suo regno.
Quando Gerda, dopo molti giorni, si rese conto che Hans non sarebbe ritornato, decise di andare alla sua ricerca.
Se ne partì di nascosto da casa e camminò a lungo finché giunse ad un fiume.
Qui vide una barchetta: vi balzò sopra.
Si lasciò trascinare dalla corrente per chilometri e chilometri, quando fu stremata dalla fame e dalla stanchezza Gerda vide sulla riva del fiume una casetta, vi si fermò chiedendo ospitalità per una notte.
Fu accolta dalla gentile vecchietta che vi abitava.
L'anziana signora era una maga che da anni viveva sola, la compagnia di Gerda le piaceva e per impedirle di andarsene usò su di lei un pettine fatato che faceva perdere la memoria.
Ogni mattina appena alzata la pettinava e Gerda perdeva il ricordo del suo viaggio e del perché si trovasse lì. Passarono gli anni.

Un giorno la vecchietta si dimenticò di ripetere il suo rito e la bambina riprendendo coscienza di sè, fuggì di nascosto.
Dopo aver corso e camminato tanto, stanca si fermò a riposare ai piedi di un albero.
Era disperata e mentre rifletteva su cosa avrebbe potuto fare per trovare il suo amico, sentì sopra la sua testa due corvi parlare tra loro di un certo Hans, venuto da lontano e di umili origini che stava per sposare la principessa del luogo.

Gerda corse a palazzo, vi si intrufolò di nascosto, ma arrivata nella stanza reale conobbe i futuri sposi e si rese conto che il ragazzo di cui aveva sentito parlare dai corvi non era il suo Hans.
I due ragazzi impietositi dalla storia della bambina, decisero di aiutarla e le regalarono una carrozza e dei cavalli.
Gerda riprese il suo viaggio, purtroppo le brutte sorprese non erano finite: passando di notte in un bosco, fu aggredita da un gruppo di zingari, non aveva soldi con sé e il capo di questi disse di ucciderla.
Sua figlia, però, non volle :
- Tu non la ucciderai, la voglio per me!. -
Così la povera Gerda divenne la schiava della piccola zingarella.
La piccola zingara a poco a poco cominciò a volerle bene e volle sapere la sua storia.
- Tu vuoi ritrovare Hans? Ti aiuterò! Piccioni, piccioni miei, venite! - gridò.
Ed ecco uno stormo di piccioni giungere accanto a lei.
- Avete visto un bimbo con paltoncino azzurro che si chiama Hans?
- L'ha rapito la Regina delle Nevi.
- E come potrò giungere fino a lui? - Pianse Gerda disperata.
La sua piccola amica la prese per mano, l'accompagnò vicino ad una grossa renna e disse alla bestia:
- Accompagna Gerda dalla Regina delle Nevi e poi sarai libera!
Gerda abbracciò l'amica salì sulla groppa della renna che partì velocemente verso il paese dei ghiacci.
Dopo aver galoppato a lungo attraverso una terra desolata e gelida, la renna si fermò:
- Guarda, là c'è il palazzo della Regina delle Nevi. Va' ora, ti aspetterò per riportarti indietro. -
Non appena Gerda fu scesa dalla groppa della renna fu assalita da una miriade di fiocchi di neve che volevano impedirle di avanzare.
A stento riuscì a giungere al castello.
Nel palazzo il freddo era tale che la bimba non poteva quasi muoversi.
Vide ad un tratto, in una delle immense sale, Hans seduto sopra un piccolo trono.
- Hans! - gridò - Sono io Gerda!
Hans si svegliò, riconobbe Gerda e la abbracciò. Ma in quel mentre arrivò la regina delle nevi, che voleva rimpossessarsi di Hans. Ma Gerda le disse:
- Tu sei una creatura del ghiaccio, Hans non ti appartiene, lui è una creatura dei fiori, degli animali, della vita! -
La regina delle nevi vide il suo potere svanire...
Le sue lacrime scesero nel cuore di pietra dell'amico e sciolsero il frammento dello specchio diabolico.
Hans la prese per mano:
- Fuggiamo! - disse.
Giunsero trafelati accanto alla renna, le salirono in groppa e, con le mani unite, felici, ripresero la via del ritorno.
- Oh, cara Gerda, se non ci fossi stata tu, che ne sarebbe stato di me? Mi hai ridato la vita!
La vecchina fatata donò dei fiori. Infine giunsero nella città, dove ritrovarono le loro famiglie, i loro amici, i loro animali e i loro fiori.
Ma ormai non erano più dei bambini: erano grandi.
Ora non erano più solo amici: si sposarono poco tempo dopo e vissero felici e contenti, ricordando sempre gli amici che li avevano aiutati durante la loro grande avventura.

Andersen

IL LUPO E IL CANE

Il lupo e il cane

Un lupo tutto striminzito dalla fame incontra un cane ben panciuto.
Si salutano e si fermano:
- Donde vieni così lucido e bello? E che hai mangiato per farti così grasso?
Io che sono tanto più forte di te, muoio di fame.
E il cane:
- Se vuoi ce ne è anche per te. Basta che tu presti lo stesso mio servizio al padrone.
- E che servizio?
- Custodirgli la porta di casa e tener lontani i ladri di notte.
- Uh! Ma io sono prontissimo! Adesso sopporto nevi e piogge nel bosco, trascinando una vita maledetta. Mi dev'essere molto più facile vivere sotto un tetto e riempirmi lo stomaco in pace.
- Allora vieni con me.
E vanno. lungo la via il lupo vede una spellatura al collo del cane.
- Che roba è quella, amico mio?
- Oh... è niente.
- Ma se vuoi dirmelo...
- Qualche volta, per la mia natura impetuosa, mi tengono legato perchè stia quieto durante il giorno e vigili la notte.
Ma al crepuscolo vado in giro dove mi piace; mi si porta il pane senza che io debba chiederlo, il padrone mi da ossi della sua tavola, la servitù mi getta qualche boccone: gli avanzi di ogniuno sono miei. Così, senza fatica, mi riempio la pancia.
- Ma se si ha voglia di uscire, è permesso?

- Proprio interamente no.
A questo punto il lupo rifletté un solo istante e disse:
- Addio, caro: goditi pure le tue gioie: io non baratto la mia libertà con un regno.

Esopo

IL PRINCIPE RANOCCHIO

Il principe Ranocchio

Nei tempi antichi, quando desiderare serviva ancora a qualcosa, c'era un re, le cui figlie erano tutte belle, ma la più giovane era così bella che perfino il sole, che pure ha visto tante cose, sempre si meravigliava, quando le brillava in volto. Vicino al castello del re c'era un gran bosco tenebroso e nel bosco, sotto un vecchio tiglio, c'era una fontana: nelle ore più calde del giorno, la principessina andava nel bosco e sedeva sul ciglio della fresca sorgente; e quando si annoiava, prendeva una palla d'oro, la buttava in alto e la ripigliava; e questo era il suo gioco preferito.

Ora avvenne un giorno che la palla d'oro della principessa non ricadde nella manina ch'essa tendeva in alto, ma cadde a terra e rotolò proprio nell'acqua. La principessa la seguì con lo sguardo, ma la palla sparì, e la sorgente era profonda, profonda a perdita d'occhio. Allora la principessa cominciò a piangere, e pianse sempre più forte, e non si poteva proprio consolare. E mentre così piangeva, qualcuno le gridò: "Che hai, principessa? Tu piangi da far pietà ai sassi." Ella si guardò intorno, per vedere donde venisse la voce, e vide un ranocchio, che sporgeva dall'acqua la grossa testa deforme. "Ah, sei tu, vecchio sciaguattone!" disse, "piango per la mia palla d'oro, che m'è caduta nella fonte." "Chétati e non piangere," rispose il ranocchio, "ci penso io; ma che cosa mi darai, se ti ripesco il tuo balocco?" "Quello che vuoi, caro ranocchio," diss’ella, "i miei vestiti, le mie perle e i miei gioielli, magari la mia corona d'oro." Il ranocchio rispose: "Le tue vesti, le perle e i gioielli e la tua corona d'oro io non li voglio: ma se mi vorrai bene, se potrò essere il tuo amico e compagno di giochi, seder con te alla tua tavolina, mangiare dal tuo piattino d'oro, bere dal tuo bicchierino, dormire nel tuo lettino: se mi prometti questo; mi tufferò e ti riporterò la palla d'oro." "Ah sì," diss’ella, "ti prometto tutto quel che vuoi, purché mi riporti la palla." Ma pensava: « Cosa va blaterando questo stupido ranocchio, che sta nell'acqua a gracidare coi suoi simili, e non può essere il compagno di una creatura umana! » Ottenuta la promessa, il ranocchio mise la testa sott'acqua, si tuffò e poco dopo tornò remigando alla superficie; aveva in bocca la palla e la buttò sull'erba. La principessa, piena di gioia aI vedere il suo bel giocattolo, lo prese e corse via. "Aspetta, aspetta!" gridò il ranocchio: "prendimi con te, io non posso correre come fai tu." Ma a che gli giovò gracidare con quanta fiato aveva in gola! La principessa non 1'ascoltò, corse a casa e ben presto aveva dimenticata la povera bestia, che dovette rituffarsi nella sua fonte.

Il giorno dopo, quando si fu seduta a tavola col re e tutta la corte, mentre mangiava dal suo piattino d'oro - plitsch platsch, plitsch platsch - qualcosa salì balzelloni la scala di marmo, e quando fu in cima bussò alla porta e gridò: "Figlia di re, piccina, aprimi!" Ella corse a vedere chi c'era fuori, ma quando aprì si vide davanti il ranocchio. Allora sbatacchiò precipitosamente la porta, e sedette di nuovo a tavola, piena di paura. Il re si accorse che le batteva forte il cuore, e disse: "Di che cosa hai paura, bimba mia? Davanti alla porta c'è forse un gigante che vuol rapirti?" "Ah no," rispose ella, "non è un gigante, ma un brutto ranocchio." "Che cosa vuole da te?" "Ah, babbo mio, ieri, mentre giocavo nel bosco vicino alla fonte, la mia palla d'oro cadde nell'acqua. E perché piangevo tanto, il ranocchio me l'ha ripescata; e perché ad ogni costo lo volle, gli promisi che sarebbe diventato il mio compagno; ma non avrei mai pensato che potesse uscire da quell'acqua. Adesso è fuori e vuol venire da me."

Intanto si udì bussare per la seconda volta e gridare: "Figlia di re, piccina, aprimi! Non sai più quel che ieri m'hai detto vicino alla fresca fonte? Figlia di re, piccina, aprimi!" Allora il re disse: "Quel che hai promesso, devi mantenerlo; va' dunque, e apri". Ella andò e aprì la porta; il ranocchio entrò e, sempre dietro a lei, saltellò fino alla sua sedia. Lì si fermò e gridò: "Sollevami fino a te." La principessa esitò, ma il re le ordinò di farlo. Appena fu sulla sedia, il ranocchio volle salire sul tavolo e quando fu sul tavolo disse: "Adesso avvicinami il tuo piattino d'oro, perché mangiamo insieme." La principessa obbedì, ma si vedeva benissimo che lo faceva controvoglia. Il ranocchio mangiò con appetito, ma a lei quasi ogni boccone rimaneva in gola. Infine egli disse: "Ho mangiato a sazietà e sono stanco; adesso portami nella tua cameretta e metti in ordine il tuo lettino di seta: andremo a dormire."

La principessa si mise a piangere: aveva paura del freddo ranocchio, che non osava toccare e che ora doveva dormire nel suo bel lettino pulito. Ma il re andò in collera e disse: "Non devi disprezzare chi ti ha aiutato nel momento del bisogno." Allora ella prese la bestia con due dita, la portò di sopra e la mise in un angolo. Ma quando fu a letto, il ranocchio venne saltelloni e disse: "Sono stanco, voglio dormir bene come te: tirami su, o lo dico a tuo padre." Allora la principessa andò in collera, lo prese e lo gettò con tutte le sue forze contro la parete: "Adesso starai zitto, brutto ranocchio!" Ma quando cadde a terra, non era più un ranocchio: era un principe dai begli occhi ridenti. Per volere del padre, egli era il suo caro compagno e sposo. Le raccontò che era stato stregato da una cattiva maga e nessuno, all'infuori di lei, avrebbe potuto liberarlo. Il giorno dopo sarebbero andati insieme nel suo regno. Poi si addormentarono.

La mattina dopo, quando il sole li svegliò, arrivò una carrozza con otto cavalli bianchi, che avevano pennacchi bianchi sul capo e i finimenti d'oro; e dietro c'era il servo del giovane re, il fedele Enrico. Il fedele Enrico si era così afflitto, quando il suo padrone era stato trasformato in ranocchio, che si era fatto mettere tre cerchi di ferro intorno al cuore, perché non gli scoppiasse dall'angoscia. Ma ora la carrozza doveva portare il giovane re nel suo regno; il fedele Enrico vi fece entrare i due giovani, salì dietro ed era pieno di gioia per la liberazione. Quando ebbero fatto un tratto di strada, il principe udì uno schianto, come se dietro a lui qualcosa si fosse rotto. Allora si volse e gridò: "Rico, qui va in pezzi il cocchio!"

"No, padrone, non è il cocchio,
bensì un cerchio del mio cuore,
ch'era immerso in gran dolore,
quando dentro alla fontana
tramutato foste in rana."

Per due volte ancora si udì uno schianto durante il viaggio; e ogni volta il principe pensò che il cocchio andasse in pezzi; e invece erano soltanto i cerchi, che saltavano via dal cuore del fedele Enrico, perché il suo padrone era libero e felice.

Grimm

UN MONDO FAVOLOSO

Un mondo favoloso

Nanni voleva tentare un nuovo viaggio con il suo aeromobile, ma questa volta non intendeva scomparire all’improvviso e lasciare nell’apprensione i genitori.
Quindi parlò con suo padre.
Andromeda gli aveva rivelato che in un’altra parte dell’universo, opposta a quella dove si era fermato quella prima volta, c’era un luogo che gli avrebbe fatto piacere visitare.
«Devi andarci» aveva raccomandato fino all’ultimo.
Il padre fu d’accordo con il figlio. Rischi veri e propri non ce n’erano. Con la strumentazione presente sull’aeromobile era praticamente impossibile sperdersi nello spazio.
Bisognava però convincere anche la mamma che, come tutte le donne, era più apprensiva e vedeva i pericoli dovunque.
Ce la misero tutta, e alla fine la spuntarono.
In giardino, la donna volle rivolgere le solite raccomandazioni al figlio:
«Fai attenzione», «Non ti fidare troppo delle nuove amicizie», «Torna presto».
Nanni promise che al suo ritorno avrebbe avuto per loro e anche per gli amici tante belle storie da raccontare per giorni e giorni.
Rivolse quindi il muso dell’aeromobile verso il cielo e a velocità incredibile scomparve.
I genitori si trattennero ancora per un po’ in giardino, con gli occhi rivolti all’insù, ma Nanni chissà in quel momento dov’era!
Guidava e pensava alle parole di Andromeda.
«Vedrai, non resterai deluso. Sarà una bella sorpresa per te.»
Ma che cosa poteva mai essere?
Intanto, fuori l’aria aveva già cambiato colore più volte. Prima azzurra, poi gialla, quindi grigiastra, infine verde smeraldo, ora aveva assunto un colore cenerino.
Da ogni lato scorgeva stelle, pianeti, comete che gli passavano a poca distanza sfavillanti di colori.
Incontrava ogni tanto qualche altro veicolo spaziale guidato da altre specie di esseri viventi.
Quando incrociavano lui, emettevano segnali luminosi ai quali Nanni subito rispondeva, contento di quel saluto che gli procurava una sensazione piacevole di intimità.
Se non era per la fretta di arrivare a destinazione, Nanni si sarebbe fermato volentieri a parlare con quegli esseri sconosciuti.
Sicuramente avrebbe imparato da loro qualcosa che certo ancora non sapeva.
Alcuni dei loro veicoli erano straordinari, disegnati in modo assolutamente inconcepibile sulla Terra. Taluni addirittura erano talmente diafani che si confondevano con la luce! Altri, al semplice comando del pilota, assumevano il colore dell’ambiente e subito scomparivano.
Davvero portentoso quello che riuscivano a vedere i suoi occhi!
Ce l’avrebbe fatta l’uomo a raggiungere quell’alto grado di conoscenza?
Nanni avvertiva che era diventata ormai una necessità intrattenere rapporti strettissimi con loro.
L’uomo soprattutto ne avrebbe guadagnato.
Eppoi non abitavano la stessa comune casa che era l’universo?
Come doveva essere grande Dio!
E chissà quante altre cose esistevano create da Lui, e sconosciute all’uomo ma anche alle altre specie!
Avrebbe mai potuto incontrare Dio nei suoi viaggi?
Com’era fatto Dio?
Se lo immaginava con le sembianze dell’uomo. Ma era davvero così? Se lo figurava bello, con una folta barba bianca, così come lo avevano raffigurato i grandi pittori sin dall’antichità. Ricordava certi bei quadri dipinti verso la metà del secondo millennio.
A quei tempi sì che occorreva del talento per dipingere!
Ora invece tutto era diventato assai semplice. Si disegnava con l’ausilio di speciali pennelli che traducevano sulla tela le immagini presenti nella realtà o prodotte dalla fantasia.
«Oggi è tutto troppo facile» commentava Nanni.
Ad un tratto, udì dentro l’abitacolo diffondersi le note dolcissime dell’adagio “Al chiaro di luna” di Beethoven.
Ne fu meravigliato.
Le note lo accompagnarono per un lungo tratto.
Dopo quel brano altri ne seguirono. Alcuni li udiva per la prima volta.
Capì infine che anche tutto lo spazio là fuori era percorso da quelle note, e avvertì dentro di sé una quiete ampia, confortante quale non aveva mai provata prima.
L’aeromobile si stava dirigendo a tutta velocità verso uno strano piccolissimo pianeta.
Più si avvicinava, più la musica si faceva dolcissima.
Anche l’aeromobile sembrava guidato non più da Nanni ma da una forza misteriosa che aveva preso il suo posto.

A pochi metri dal suolo, il veicolo si fermò sospeso a mezz’aria.
Nanni aprì l’abitacolo, respirò profondamente e si guardò intorno.
Non vide nessuno.
Dov’era capitato?
Chi lo aveva guidato sin lì?
Decise di atterrare.
Rapidamente l’aeromobile calò al suolo.
Si sentì felice.
Quello doveva essere sicuramente il luogo indicatogli da Andromeda, e a lui non restava che attendere.
Scese.
Ma appena ebbe messo il piede a terra, ecco presentarsi una sorpresa davvero insolita, inaspettata! In un istante, come sbucate dal nulla, egli si trovò circondato da strane figure umane, che riconobbe subito, e fu così contento di quell’incontro straordinario che dopo un attimo di stupore, di smarrimento, di incredulità si mise a ridere.
E quei simpatici personaggi gli fecero subito compagnia. Risero anche loro!
Nel vedere i più noti, i più famosi, quelli che anche lui aveva potuto conoscere nel corso dei suoi studi, Nanni comprese di essere capitato in un luogo tutto speciale, dove ancora vivono i più grandi personaggi nati dalla fantasia dell’uomo.
Soprattutto quelli creati per i ragazzi popolavano quel pianeta portentoso.
Riconobbe Minnie, Topolino, Pippo, Gambadilegno, Paperino, Peter Pan, i tre porcellini, Haensel e Gretel, Aladino con la sua lampada, Pinocchio, Sindbad il marinaio.
Erano invece presenti pochissimi personaggi creati dai “grandi” scrittori, sui quali Nanni aveva speso giornate e anche nottate di studio!
Quasi nessun protagonista creato dalla letteratura del quarto e del quinto millennio era ospite di quel pianeta!
Pippo stava proprio sotto il suo aeromobile con il buffo musone rivolto all’insù.
Quanto lo faceva ridere!
E Aladino era continuamente sul chi va là, attento a non farsi rubare la lampada dal terribile mago!
Riconobbe Oliver Twist e Cedric Errol - il piccolo Lord - dai riccioli biondi, rimasti buoni come erano sempre stati.
Peter Pan fu il più lesto a salire sull’aeromobile. Si piazzò tutto tronfio al posto di guida.
Paperon dei Paperoni gli fu subito addosso.
«È mio, è mio!» gli gridava. «È tutto mio!» e stringeva nella mano un sacchetto pieno di dollari che agitava in direzione di Nanni.
«Lo compro, lo compro!»
Nanni rideva a crepapelle. Era immensamente felice di trovarsi tra quei cari personaggi.
Doveva amarli tanto anche Dio se aveva creato per loro un posto speciale nell’universo!
Vide la piccola Alice ed anche il Coniglio Bianco che correva tutto trafelato.
Volle domandare loro dove si trovassero la Lepre Marzolina e il Cappellaio Matto.
«Stanno ancora bevendo il tè» rispose Alice, e indicò con il braccio.
E Nanni li vide proprio là in fondo, ancora seduti alla lunga tavola stracolma di tazze di tè! E scorse anche il ghiro che stava dormendo.
Come doveva essere stato bello quel secondo millennio, pensò; così ricco di fantasia!

Il Lupo mannaro si divertiva invece a soffiare davanti alla casetta dei tre porcellini, e lo faceva anche in quel momento, sebbene i grassi animaletti se ne stessero là fuori a festeggiare con gli altri l’arrivo di Nanni.
«E smettila di sbuffare!» lo redarguì Topolino. «Non vedi che abbiamo ospiti?»
Lo condussero in giro per il pianeta.
Minnie lo prese sottobraccio.
«Sei il primo uomo, lo sai? che capita quassù. È davvero bello rivedere un uomo!» e sospirava di felicità.
Lungo la strada incontrarono D’Artagnan che stava facendo l’ennesimo duello contro il solito manipolo di guardie del re.
Appena il guascone si accorse di Nanni, interruppe la contesa e lo salutò con un inchino, levandosi il cappello.
Nanni passò accanto a lui e non gli nascose tutta la sua ammirazione.
Quando si voltò, si accorse che D’Artagnan aveva già ripreso il combattimento, e metteva a repentaglio la vita di quel drappello di temerari!
Sorrise.
Minnie era lieta di vederlo contento. Ogni tanto si voltava verso Topolino e gli manifestava tutta la sua felicità.
Entrarono nel bosco.
Peter Pan di quando in quando balzava col suo volo davanti a tutti. Li precedeva e poi ritornava raccontando le novità che aveva vedute.
Si entusiasmava di tutto: del piccolo scoiattolo che si arrampicava lungo il tronco di un albero, del grosso orso che aveva trovato il miele e se lo gustava seduto per terra, del pappagallo che aveva imparato a conoscerlo e ogni volta gli faceva il verso. Solo di Capitan Uncino non gioiva quando lo vedeva passeggiare nella foresta!
Allora ritornava tutto imbronciato e si metteva in coda al gruppo senza più fiatare.
Soltanto dopo molto tempo lo si rivedeva volare allegramente.
Quante bugie diceva invece Pinocchio lungo la strada, non vergognandosi di spararle tanto grosse!
Ne ridevano a crepapelle.
Nanni rivelò di essere toscano anche lui. Allora Pinocchio gli confessò che aveva tentato di tutto per vincere il vizio della bugia. Era stato per anni sotto le cure e le attenzioni della Fata Turchina, tuttavia non riusciva ancora a sottrarsi alle grinfie del Gatto e della Volpe, che sapevano lusingarlo così dolcemente! Persa ogni speranza, si stava ormai abbandonando definitivamente alla sua naturale inclinazione.
Quanta simpatia però sprigionava da quel suo lungo naso!
Robin Hood con la sua banda di briganti generosi sbucò all’improvviso da un bosco di querce.
Nanni lì per lì ebbe paura quando li vide armati di arco e di spade.
«Non temere» gli disse la dolce Biancaneve, che aveva lì vicino la sua casetta. «È qua per difendere tutti noi. È così bravo, così buono!»
Aveva attorno i sette nani.
Nanni riconobbe subito Brontolo, che lo sbirciava con sospetto. Tutti gli altri, invece, si erano messi al riparo dietro la gonna di Biancaneve.
«Ma che vi prende! È un uomo, non lo riconoscete?» li rimproverò.

Robin Hood s’era schierato intanto dietro Nanni e aveva mandato alcuni dei suoi compagni in avanscoperta.
«Non devi temere,» gli diceva «ci sono qua io.»
Di quando in quando tendeva l’arco e puntava la mira su ogni cosa.
E qualche volta finalmente lasciava scoccare la freccia, che andava a piantarsi proprio dove Robin aveva previsto! Allora, tutto tronfio, si aspettava i complimenti di Nanni.
Incontrarono anche i nanetti lillipuziani e furono davvero fortunati, gli confidò Minnie, perché non era facile imbattersi in loro.
Ricevettero una calorosa accoglienza. Nanni fu festeggiato in modo del tutto speciale. Un gran ballo venne dato per lui alla presenza del re e del gigantesco Gulliver, che era stato mandato subito a chiamare.
Quanto si divertì con loro Nanni!
Ma soprattutto gli piacque vedere Minnie che ballava, tutta piccolina com’era, col grosso Gulliver.
Com’era allegra!
E come s’era invece fatto scuro in volto Topolino!
Quella festa concluse anche la visita di Nanni a quel pianeta.
Quando scemarono le ultime note suonate dalla banda di Lilliput, l’aria si caricò di commozione e Nanni capì che era giunto il momento di accomiatarsi.
«Sono stato bene con voi» disse. «Non so come ringraziarvi.»
«La gioia è stata tutta nostra» rispose Minnie, che aveva già i lucciconi agli occhi.
Lo riaccompagnarono all’aeromobile.
Peter Pan e Robin Hood facevano da battistrada.
Anche Gulliver coi suoi lunghi passi qualche volta distanziava il gruppo.
Durante quel tragitto gli confidarono infine che proprio lì vicino al loro pianeta stava anche la casa di Dio.
«Ogni tanto viene a trovarci e si intrattiene con noi.»
Nanni avrebbe voluto domandare, sapere com’era fatto Dio, levarsi quella curiosità che da qualche tempo gli occupava la mente; rivelarlo poi agli uomini!
Ma intuì dai loro sguardi divenuti malinconici che a quella domanda non avrebbe mai potuto ricevere risposta.
Salì sull’aeromobile.
Li contemplò ancora una volta, pieno di orgoglio.
Essi erano il frutto splendido, generoso della fantasia dell’uomo. Sapevano procurare gioia perfino al Creatore del mondo! Quale ricompensa poteva essere più grande?
Partì contento.
Vide quelle braccia levate verso di lui, festose; sentì le grida, gli evviva di tutta quella folla allorché, fermatosi a mezz’aria prima di lanciarsi nello spazio, li salutò per l’ultima volta.
Salutò anche il grosso orso che dal bosco veniva trafelato, col suo pancione traballante, fermatosi per strada a rubare un bel po’ di miele!
Avvertiva in cuor suo che in qualche modo sarebbe ritornato da loro.
Vi sarebbe ritornato con la sua fantasia.
Attraverso la fantasia avrebbe potuto abitare anche lui quel regno meraviglioso.
Lanciò l’aeromobile nello spazio.
Presto non vide più nulla sotto di sé.
Udì di nuovo nel volo le note di celebri composizioni.
Riconobbe «Il lago dei cigni» di Ciaikovski, «Serenata» di Schubert, «Le quattro stagioni» di Vivaldi, «Piccola serenata notturna» di Mozart, i valzer di Strauss.
Ancora lo raggiunsero i suoni dolcissimi di quell’adagio di Beethoven.
Si stava allontanando.
Fra non molto si sarebbe ritrovato in mezzo alle stelle, avrebbe incontrato il bel sole luminoso, qualche cometa lo avrebbe fatto divertire coi suoi labirinti; eppoi avrebbe visto la sfera azzurra, la Terra che tanto amava.
Avrebbe allora puntato l’aeromobile sulla sua città.
E Lucca gli sarebbe comparsa nei battiti del suo cuore, poi l’avrebbe vista sorgere dalla terra circondata dalle belle Mura; avrebbe riconosciuto gli alberi, la Torre delle Ore, la Torre Guinigi, il bel San Martino, piazza San Michele e laggiù, appena fuori delle Mura, ad occidente, il suo piccolo paese; e vicino al ponte sull’Ozzeri la sua casetta.
Già si figurava i suoi in ansia.
Immaginava sua madre continuamente affacciata a spiare il cielo.
«Sto arrivando» avrebbe voluto gridarle da lassù.

Bartolomeo Di Monaco

Questa favola me l'ha passata la mia amica Laura

 http://lauratani.myblog.it/

10/07/2008

IL BUCANEVE

Il bucaneve

Era inverno, l'aria era fredda, il vento tagliente, ma in casa si stava bene e faceva caldo; e il fiore stava in casa, nel suo bulbo sotto la terra e sotto la neve.
Un giorno cadde la pioggia, le gocce passarono attraverso la coltre di neve fino alla terra, toccarono il bulbo del fiore, gli annunciarono il mondo luminoso di sopra; presto il raggio di sole, sottile e penetrante, passò attraverso la neve fino al bulbo e bussò.
"Avanti!" disse il fiore.
"Non posso" rispose il raggio, "non ho abbastanza forza per aprire, diventerò più forte in estate".
"Quando verrà l'estate?" domandò il fiore, e lo domandò ancora ogni volta che un raggio di sole arrivava laggiù. Ma doveva passare ancora tanto tempo prima dell'estate, la neve era ancora lì e ogni notte l'acqua ghiacciava.
"Quanto dura!" disse il fiore. "Io mi sento solleticare, devo stendermi, allungarmi, aprirmi, devo uscire! Voglio dare il buongiorno all'estate, sarà un tempo meraviglioso!".
Il fiore si allungò e si stirò contro la scorza sottile che l'acqua aveva ammorbidito, la neve e la terra avevano riscaldato, il raggio di sole aveva punzecchiato; così sotto la neve spuntò una gemma verde chiaro, su un gambo verde, con foglie grandi che sembravano volerla proteggere. La neve era fredda, ma tutta illuminata, ed era così facile passarci attraverso, e sopraggiunse un raggio di sole che aveva più forza di prima.
"Benvenuto, benvenuto!" cantavano e risuonavano tutti i raggi, e il fiore si sollevò oltre la neve nel mondo luminoso. I raggi lo accarezzarono e lo baciarono, così si aprì tutto, bianco come la neve e adorno di striscioline verdi. Piegava il capo per la gioia e l'umiltà.
"Bel fiore" cantavano i raggi, "come sei fresco e puro! Tu sei il primo, l'unico, sei il nostro amore. Tu annunci l'estate, la bella estate in campagna e nelle città. Tutta la neve si scioglierà; i freddi venti andranno via. Noi domineremo. Tutto tornerà verde, e tu avrai compagnia, il lillà, il glicine e infine le rose; ma tu sei il primo, così delicato e puro!".
Era proprio divertente. Era come se l'aria cantasse e risuonasse, come se i raggi di sole penetrassero nei suoi petali e nel suo stelo; lui era lì, così sottile e delicato e facile a spezzarsi, eppure così forte, nella sua giovanile bellezza, era lì in mantello bianco e nastri verdi, e rendeva lode l'estate. Ma doveva ancora passare tempo prima dell'estate; nuvole nascosero il sole, e venti taglienti soffiarono sul fiorellino.
"Sei giunto troppo in anticipo!" dissero il vento e l'aria. "Noi abbiamo ancora il potere, ti dovrai adattare! Avresti dovuto rimanere chiuso in casa, non correre fuori per farti ammirare, non è ancora tempo".
C'era un freddo pungente! I giorni che vennero non portarono un solo raggio di sole, c'era un freddo tale che ci si poteva spezzare, soprattutto un fiorellino tanto delicato. Ma in lui c'era molta più forza di quanto lui stesso sospettasse, era la forza della gioia e della fede per l'estate che doveva arrivare, che gli era stata annunciata da una profonda nostalgia e confermata dalla calda luce del sole; quindi resistette con la sua speranza, nel suo abito bianco sopra la neve bianca, chinando il capo quando i fiocchi cadevano pesanti e fitti, quando i venti gelidi soffiavano su di lui.
"Ti spezzerai!" gli dicevano. "Appassirai, gelerai! Perché hai voluto uscire? perché non sei rimasto chiuso in casa? Il raggio di sole ti ha ingannato. E adesso ti sta bene, fiorellino che hai voluto bucare la neve!".
"Bucaneve!" ripeté quello nel freddo mattino.
"Bucaneve!" gridarono alcuni bambini che erano arrivati in giardino, "ce n'è uno, così grazioso, così carino, è il primo, l'unico!".
Quelle parole fecero bene al fiore, erano come caldi raggi di sole. Il fiore, preso dalla sua gioia, non si rese neppure conto d'essere stato colto; si ritrovò nella mano di un bambino, venne baciato dalle labbra di un bambino, poi venne portato in una stanza riscaldata, osservato da occhi affettuosi, e messo nell'acqua: era così rinfrescante, così ristoratrice, e il fiore credette improvvisamente di essere entrato nell'estate.
La fanciulla della casa, una ragazza carina che era già stata cresimata, aveva un caro amico che pure lui era stato cresimato e che ora studiava per trovarsi una sistemazione. "Sarà lui il mio fiorellino beffato dall'estate!" esclamò la fanciulla; prese quel fiore sottile e lo mise in un foglio di carta profumato su cui erano scritti dei versi, versi su un fiore che iniziavano con "fiorellino beffato dall'estate" e finivano con "beffato dall'estate".
"Caro amico, beffato dall'estate!". Lei lo aveva beffato d'estate.
Tutto questo venne scritto in versi e spedito come lettera; il fiore era là dentro e faceva proprio scuro intorno a lui, scuro come quando stava nel bulbo. Il fiore viaggiò, finì nel sacco della posta, fu schiacciato, premuto; non era per nulla piacevole, ma finì.
Il viaggio terminò, la lettera fu aperta e letta dal caro amico; lui era molto contento, baciò il fiore che fu messo insieme ai versi in un cassetto, con tante altre belle lettere che però non avevano un fiore; lui era il primo, l'unico, proprio come i raggi del sole lo avevano chiamato: com'era bello pensarlo!
Ebbe la possibilità di pensarlo a lungo, e pensò mentre l'estate finiva, e poi finiva il lungo inverno; e venne ancora l'estate, e allora fu tirato fuori. Ma il giovane non era affatto felice; afferrò i fogli con violenza, gettò via i versi, e il fiore finì sul pavimento, piatto e appassito; non per questo doveva essere gettato sul pavimento! Comunque meglio lì che nel fuoco, dove tutti i versi e le lettere andarono a finire. Che cosa era successo? Quello che succede spesso. Il fiore l'aveva beffato, ma quello era uno scherzo; la ragazza l'aveva beffato, e quello non era uno scherzo; lei si era trovato un altro amico durante l'estate.
Al mattino il sole brillò su quel piccolo bucaneve schiacciato che pareva dipinto sul pavimento. La ragazza che faceva le pulizie lo raccolse e lo infilò in uno dei libri appoggiati sul tavolo, perché credeva fosse caduto da lì mentre lei faceva le pulizie e metteva in ordine. Il fiore si trovò di nuovo tra versi stampati e questi sono più distinti di quelli scritti a mano, per lo meno sono più costosi.
Così passarono gli anni e il libro restò nello scaffale; poi venne preso, aperto e letto; era un bel libro: erano versi e canti del poeta danese Ambrosius Stub, che certo vale la pena di conoscere. L'uomo che leggeva quel libro voltò la pagina. "Oh, c'è un fiore!" esclamò, "un bucaneve! E' stato messo qui di certo con un preciso significato; povero Ambrosius Stub! Anche lui era un fiore beffato, una vittima della poesia. Era arrivato troppo in anticipo per il suo tempo, perciò subì tempeste e venti pungenti, passò da un signore della Fionia all'altro, come un fiore in un vaso d'acqua, come un fiore in una lettera di versi! Fiorellino, beffato dall'estate, zimbello dell'inverno, vittima di scherzi e di giochi, eppure il primo, l'unico poeta danese pieno di gioventù. Ora sei un segnalibro, piccolo bucaneve! Certo non sei stato messo qui per caso!".
Così il bucaneve fu rimesso nel libro e si sentì onorato e felice nel sapere di essere il segnalibro di quel meraviglioso libro di canti e nell'apprendere che chi per primo aveva cantato e scritto di lui, era stato anche lui un bucaneve, beffato dall'estate e vittima dell'inverno. Il fiore capì naturalmente tutto a modo suo, esattamente come pure noi capiamo le cose a modo nostro.
Andersen

LA PRINCIPESSA SUL PISELLO

La principessa sul pisello

C'era una volta un principe che voleva sposare una principessa, ma doveva trattarsi di una principessa vera! Perciò si mise a viaggiare in lungo e in largo per il mondo, ma ogni volta non riusciva a decidersi: principesse ce n'erano un po' dappertutto, ma erano principesse vere? Non si riusciva mai a saperlo con sicurezza: ogni volta sembrava mancare qualche cosa. Alla fine decise di tornare a casa sua, ma era pieno di tristezza per non essere riuscito a trovare una principessa vera. Una notte che c'era un tempo orribile, con fulmini, tuoni, e acqua a catinelle, qualcuno bussò alle porte della città, e il vecchio re andò ad aprire. Fuori dalle mura c'era una principessa: Dio mio, la pioggia e il brutto tempo l'avevano conciata proprio bene! L'acqua le picchiava sui capelli e sui vestiti, entrava nelle scarpe dalle punte e ne usciva dai tacchi: eppure lei sosteneva di essere una vera principessa. "Questo si vedrà", pensò la vecchia regina, ma non disse nulla: andò in camera, tolse il materasso dal letto e mise sul fondo un pisello; poi prese venti materassi e li mise sul pisello, e sopra i materassi mise ancora venti grossi cuscini di piume. Quella sera la principessa dormì lì. La mattina dopo le chiesero come aveva dormito. "Malissimo!", si lamentò la fanciulla, "non ho praticamente chiuso occhio per tutta la notte! Chissà cosa c'era in quel letto! Ero coricata su qualcosa di duro e mi sono fatta un enorme livido blu e marrone. È stato terribile!" Così capirono che era una principessa vera, perché aveva sentito il pisello attraverso venti materassi e venti grossi cuscini di piume. Solo una principessa poteva avere una pelle così sensibile! Così il principe la prese in sposa, convinto finalmente di avere incontrato una vera principessa, e il pisello andò a finire in un museo, dove, se nessuno è venuto a rubarlo, lo si può vedere ancora. E questa è una storia vera, sapete?
Andersen

09/07/2008

L' INDOVINELLO

L 'indovinello

C'era una volta un Principe, che voleva vedere il mondo e, così, un giorno si mise in viaggio. Non prese nessuno con sé, a eccezione d’un servo fedele. Cammina cammina, arrivò in un bosco. Il bosco era grande e spaventoso e, quando scese la sera, il Principe non riuscì a trovare una locanda dove passare la notte. Mentre si guardava in giro, vide una fanciulla, che camminava in fretta verso una piccola casa e, quando la raggiunse, si accorse che era giovane e bella. Le rivolse la parola, dicendo: «Cara fanciulla, io e il mio servo possiamo passare la notte in questa casetta?». «Oh, sì, – rispose lei con voce triste, – potete benissimo, ma non ve lo consiglio. Vi prego, non entrate!». «E perché no?», domandò meravigliato il Principe. La fanciulla rispose sospirando: «La mia matrigna coltiva le male arti e ha brutte intenzioni verso i forestieri». Il Principe capì di essere capitato nella casa di una strega, ma ormai era così buio che era impossibile proseguire. E, poi, egli non aveva paura delle streghe, perciò entrò nella casetta con il servo fedele. Una vecchia, che sedeva su una poltrona accanto al fuoco, guardò i forestieri con gli occhi rossi. «Buona sera, – squittì, tutta gentile – accomodatevi vicino al fuoco e riposatevi». Poi soffiò nei carboni, su cui stava cuocendo qualcosa in un pentolino. La fanciulla raccomandò ai due ospiti di essere prudenti: di non bere né di mangiare nulla, perché la matrigna preparava filtri mortali. Il Principe e il suo servo non mangiarono, ma dormirono profondamente fino all'alba. Erano pronti a partire e il Principe stava già per montare a cavallo, quando la vecchia strega disse: «Aspettate un momento, voglio offrirvi il bicchiere della staffa». Mentre entrava in casa, il Principe si avviò a piedi. Invece il servo, che doveva legare la sella, era solo quando arrivò la strega con un bicchiere in mano. «Pòrtalo al tuo padrone», disse quella; però il bicchiere si spezzò di schianto e il contenuto schizzò sul cavallo. Era un veleno così potente, che subito l'animale stramazzò a terra morto. Il servo rincorse il padrone e gli raccontò l'accaduto. Tuttavia, non volendo abbandonare la sella, tornò indietro per riprenderla. Ma quando giunse vicino al cavallo morto, vide un corvo nero intento a divorarlo. «Chissà se oggi troveremo di meglio da mangiare!», disse. Poi uccise il corvo e se lo portò via. I due viaggiatori attraversarono il bosco, di cui non si vedeva la fine, camminando per tutto il giorno senza poterne mai uscire. Al crepuscolo trovarono una locanda e vi entrarono. Il servo consegnò il corvo all’oste, perché lo preparasse per cena. Erano capitati in un covo d'assassini. Dopo poco ne arrivarono dodici, che decisero di uccidere gli stranieri per derubarli. Ma, prima di mettere in atto l’impresa malvagia, si misero tavola con l'oste e con la strega e insieme mangiarono una minestra in cui era sminuzzata la carne del corvo. Però, dopo averne inghiottito un paio di bocconi, caddero a terra morti stecchiti, perché la carne avvelenata del cavallo aveva intossicato anche quella del corvo. Nella locanda non era rimasto più nessuno, se non la figlia dell'oste, una brava ragazza, che non aveva mai partecipato alle scelleratezze del padre e dei suoi compari. Aprì tutte le porte e mostrò ai forestieri i tesori accumulati. Ma il Principe le disse di tenersi ogni cosa: egli non voleva nulla. E così prosegui la sua strada con il servo fedele. Cammina cammina, arrivarono in una città, dove viveva una Principessa, bella ma superba. Ella aveva fatto fare un bando, promettendosi in sposa a chi le avesse proposto un indovinello, che non sarebbe riuscita a indovinare. Invece, se lei l’indovinava, il pretendente ci lasciava la testa. La Principessa aveva tre giorni di tempo per dare la soluzione, ma era così acuta e intelligente che scioglieva l'enigma prima del tempo stabilito. Già nove giovani avevano perduto la testa per amore suo, quando giunse il Principe che, abbagliato dalla gran bellezza di lei, volle anche lui rischiare la testa. Si presentò a corte e le propose il suo indovinello: «Che cos'è – disse – che non ne uccise nessuno, eppure ne uccise dodici?». La Principessa non sapeva cosa fosse e, pensa e ripensa, non riusciva a scoprirlo. Sfogliò tutti i libri d'indovinelli, senza trovare niente. In breve: non riusciva a cavarsi d’impaccio. Non sapendo più a che santo votarsi, ordinò a una sua domestica d'introdursi di nascosto nella stanza del Principe, per spiarne i sogni. Pensava che il Principe poteva parlare nel sonno, svelando l'indovinello. La prima notte, il servo fedele, temendo l’inganno, si mese nel letto del padrone e, quando entrò la domestica, le strappò il mantello che l'avvolgeva e la scacciò a pedate. La seconda notte, la Principessa mandò la sua cameriera personale, perché cercasse di spiare il sonno del principe con più fortuna, ma il servo fedele tolse il mantello anche a lei e la scacciò a pedate. La terza notte, il Principe credette di essere sicuro e si coricò nel suo letto. Ed ecco arrivare la Principessa in persona che, avvolta in un mantello grigio-nebbia, gli si distese accanto. Così, quando pensò che il Principe dormisse e sognasse, gli rivolse la parola, sperando che lui le rispondesse nel sonno, come molti fanno in quei paesi. Ma il Principe era sveglio, e capiva e udiva tutto benissimo. La Principessa gli chiese: «Uno non ne uccise nessuno: che cos'è?». Ed egli rispose: «Un corvo, che mangiò la carne avvelena di un cavallo e morì». E la Principessa chiese: «Eppure ne uccise dodici: che cos'è?». «Sono dodici assassini, che mangiarono il corvo e morirono», rispose il Principe. Spiegato l'indovinello, la Principessa voleva svignarsela, ma il Principe le afferrò il mantello, che ella fu costretta ad abbandonare. La mattina seguente, la Principessa annunciò di aver risolto l'enigma, fece chiamare i dodici giudici e diede la soluzione. A quel punto arrivò il Principe, che chiese udienza dicendo: «La Principessa si è introdotta nottetempo nella mia camera e mi ha interrogato mentre dormivo. Solo così è riuscita a risolvere l’indovinello!». Dissero i giudici: «Pòrtaci una prova». Allora il servo fedele portò i tre mantelli. E quando i giudici videro quello grigio-nebbia, ch’era il più usato dalla Principessa, le dissero: «Fatelo ricamare d'oro e d'argento: sarà il vostro mantello di nozze».

F.lli Grimm

L' ACQUA DELL' ETERNA GIOVINEZZA

L'acqua dell' eterna giovinezza

C'era una volta un re che era molto malato, così malato che i suoi tre figli ne provavano una gran pena. Per nascondere le loro lacrime si erano rifugiati nel parco del castello, allorquando videro venir loro incontro un vecchio al quale confidarono il loro tormento. "Conosco un rimedio" disse l'uomo "è l'Acqua dell'Eterna Giovinezza. Qualche sorso basterà a guarire il re, ma è molto difficile procurarsela." Il primo dei tre figli si precipitò al capezzale di suo padre e lo mise al corrente del suo desiderio di partire alla ricerca di questo miracoloso rimedio. "L'impresa è troppo pericolosa, è meglio che io muoia, figlio mio" rispose il re in fin di vita "non voglio che tu rischi la tua vita. Ma il figlio primogenito insistette e infine ottenne il consenso di suo padre, pensando che a missione compiuta avrebbe ereditato il suo regno. Il principe inforcò il suo robusto destriero e si mise in cammino. Cavalcò giorni e giorni, allorquando incontrò un nano che sembrava lo stesse aspettando. "Dove vai così in fretta bravo cavaliere?" gli chiese il nano. "Sei molto indiscreto, villano di un nano" gli rispose il principe correndo come un lampo. Il nano molto offeso, gli lanciò un sortilegio. Ben presto il cavaliere entrò nella gola di una montagna che si chiuse alle sue spalle impedendogli sia di andare avanti, che di retrocedere. Si trovò quindi prigioniero con il suo cavallo come in una fortezza. Durante questo tempo il re ammalato si disperava aspettando il suo ritorno. Il secondo dei figli chiese allora il permesso a suo padre di andare in cerca dell'Acqua dell'Eterna Giovinezza. Il re fece qualche difficoltà, ma finì per cedere. Il principe fece la stessa strada del fratello maggiore. Anch'egli incontrò il nano che gli fece la stessa domanda: "Questo non ti riguarda maleducato di un nano" rispose il principe proseguendo il cammino senza nemmeno degnarsi di voltarsi. Il nano, furioso, lanciò anche a lui un sortilegio. Il cavaliere entrò nella gola e fece la stessa fine di suo fratello e non ritornò. Ben presto il figlio minore pregò suo padre di lasciar partire anche lui alla ricerca dell'Acqua dell'Eterna Giovinezza. Il re acconsentì. Il giovane principe incontrò a sua volta il nano che gli chiese il motivo del suo viaggio.

Mio padre sta per morire ed io sto tentando di trovare l'Acqua dell'Eterna Giovinezza per poterlo salvare" rispose il principe gentilmente. "Sai almeno dove si trova?" gli chiese il nano. "Ahimè! No" rispose il principe con rimpianto. "Tu non sei orgoglioso come i tuoi fratelli, quindi t'indicherò dove trovarla. Quest'acqua miracolosa si trova nel cortile di un castello incantato, dove sgorga da una fontana. Ecco una bacchetta magica con la quale busserai tre volte alla porta del castello. Questa si aprirà e tu vedrai all'interno due leoni che fedelmente fanno la guardia. Getterai loro queste due forme di pane ed essi ti lasceranno passare. Vai dritto alla fontana e raccogli in una coppa l'Acqua dell'Eterna Giovinezza. Ma stai attento, bisogna che tu venga via prima che suonino i dodici colpi di mezzogiorno, in caso contrario rimarrai prigioniero nel castello."

Il principe ringraziò il nano e proseguì il cammino portando con se la bacchetta magica e le due pagnotte. Arrivò al castello e fece quello che gli aveva detto il nano. Mentre attraversava una magnifica sala incontrò una bella ragazza che l'abbracciò e gli diede una spada e un pane, poi l'accompagnò alla fontana. "Tu mi hai liberata dall'incantesimo che sovrasta questo castello" gli disse "tra un anno celebreremo le nostre nozze e questo regno ti apparterrà. Ma ora bisogna fare in fretta, poiché stanno per suonare i dodici colpi di mezzogiorno." Il principe riempì una coppa d'Acqua dell'Eterna Giovinezza, poi se ne andò prima che scoccasse l'ora prevista. Sulla via del ritorno incontrò il nano che l'aspettava. "La spada, che è magica, ti permetterà di combattere i tuoi nemici ed il pane non si esaurirà mai" gli disse. "Aiutami a trovare i miei fratelli" implorò il principe. "Quando ti avvicinerai alle montagne blu, saranno liberati. Io li ho tenuti prigionieri per punire il loro orgoglio. Diffida della loro perfidia" disse il nano.

Il giovane ritrovò i suoi fratelli e raccontò loro tutto quello che gli era capitato. Tutti e tre i fratelli fecero insieme il viaggio di ritorno verso il castello del loro padre, ma durante il cammino attraversarono tre paesi dove imperversava la guerra e la carestia. Il principe prestò la sua spada a ciascuno dei tre sovrani ed inoltre il pane magico. Li aiutò fino a quando non tornò la pace. Dopo un lungo viaggio e molte peripezie, i principi arrivarono finalmente al capezzale del loro padre. L'ultimo dei tre fratelli tese la sua coppa al re che ne bevve il contenuto. Sfortunatamente la sua malattia si aggravò. Allora gli altri due fratelli presentarono al loro padre la coppa che avevano portato e che conteneva l'acqua che avevano sottratto al suo fratello sostituendola con quella salata. Il sovrano, non solo guarì subito, ma si trovò anche ringiovanito. I due fratelli intriganti accusarono il più giovane di aver voluto avvelenare il loro padre allo scopo di ereditare il regno. Poi lo presero anche in giro: "Tu sei coraggioso, ma molto ingenuo, caro fratello. Noi abbiamo scambiato le coppe. Tra un anno uno di noi sposerà la principessa di cui tu ci hai parlato. Ma non parlare se non vuoi morire."

Nel frattempo il re era molto irritato. Poiché credeva che il suo giovane figlio avesse voluto attentare alla sua vita, lo fece condannare a morte dalla corte ed incaricò uno dei suoi cacciatori di eseguire la sentenza. Costui non ebbe il coraggio, poiché conosceva il principe sin dalla più tenera infanzia. Gli confessò l'incarico che aveva ricevuto, poi l'aiutò a fuggire nella foresta. Qualche tempo dopo arrivarono al castello tre carri pieni d'oro e di pietre preziose. Erano regalati dai tre re che aveva aiutato. Il vecchio re allora subodorò la verità e poco dopo venne a conoscenza dal cacciatore che suo figlio era ancora vivo.

Passò un anno. La principessa nel frattempo aveva fatto costruire un viale pavimentato d'oro sino al cancello del suo castello e ordinò ai suoi servitori di lasciar entrare soltanto quel cavaliere che l'avesse attraversato senza esitazione, poiché sarebbe stato quello che lei aspettava. Ben presto i principi più anziani si presentarono al castello, ma nessuno dei due osò calpestare il pavimento d'oro con il suo cavallo. Al contrario il giovane principe che aveva finalmente lasciato la foresta, non ci fece nemmeno caso: cieco d'amore, galoppo dritto verso il castello fin davanti alla porta della principessa che l'accolse teneramente. Le nozze furono celebrate tra la gioia di tutti.

Un giorno il principe venne a sapere che suo padre desiderava rivederlo. Andò quindi a trovarlo e gli raccontò la perfidia dei suoi fratelli. Allora il re volle castigarli, ma essi se n'erano fuggiti per sempre.

F.lli Grimm

 

 

GLI GNOMI E IL CALZOLAIO

Gli gnomi e il calzolaio (Prima favola)

Un calzolaio, non per colpa sua, era diventato talmente povero che gli rimaneva solo il cuoio per fare un paio di scarpe. La sera tagliò la tomaia per metterla in lavorazione il giorno dopo e, con la coscienza pulita andò tranquillamente a letto, si raccomandò a Dio e si addormentò.

La mattina, dopo aver detto le sue preghiere, voleva mettersi al lavoro, ma le scarpe erano sul deschetto belle e pronte. Si meravigliò e non sapeva cosa dire. Prese le scarpe in mano per osservarle meglio ed erano fatte così bene che nemmeno un punto era sbagliato, proprio un capolavoro come doveva essere. Subito dopo entrò un cliente e le scarpe gli piacquero talmente che le pagò più del solito. Con quella somma il calzolaio poté acquistare il cuoio per due paia di scarpe. La sera le tagliò per mettersi al lavoro la mattina di buona voglia, ma non ce ne fu bisogno: quando si alzò le scarpe erano già finite e non mancarono i compratori che gli diedero tanto denaro da acquistare il cuoio per ben quattro paia di scarpe. Di buon mattino trovò pronte anche queste altre quattro paia e così andò via. Quello che tagliava la sera era pronto al mattino così che ben presto egli poté di nuovo vivere più che bene e finì per diventare un uomo benestante.

Ora accadde che una sera, era vicino il Natale, l’uomo preparò le scarpe tagliate e, prima di andare a letto, disse alla moglie: “Cosa diresti se questa notte stessimo svegli per vedere chi ci aiuta con mano così generosa?” La donna acconsentì, accese una candela e si nascosero dietro gli abiti che erano appesi nella stanza e cominciarono a fare la guardia. A mezzanotte arrivarono due omini nudi, si misero al deschetto, presero tutto il cuoio preparato, cominciarono coi loro ditini a forare, cucire e battere talmente in fretta che il calzolaio non poteva distogliere lo sguardo dalla meraviglia. E non si smisero finché non furono alla fine, con le scarpe belle e pronte sul deschetto, poi svelti se ne andarono. La mattina dopo la donna disse: “Quegli ometti ci hanno fatto diventare ricchi e noi dovremo essere loro riconoscenti. Vanno in giro con niente addosso e devono aver freddo. Sai cosa? Cucirò per loro una camicina, una giacca, un panciotto e un paio di calzoncini e tu aggiungi un paio di scarpine”. L’uomo rispose: “D’accordo”. La sera quando ebbero tutto finito, misero sul deschetto i regali al posto del cuoio e si nascosero per vedere che faccia avrebbero fatto gli gnomi.

A mezzanotte arrivarono saltellando e volevano mettersi al lavoro ma, invece del cuoio, trovarono i bei vestitini. Prima si stupirono, poi mostrarono una gran gioia. A tutta velocità li indossarono, se li sistemarono e cantarono:

Non siamo forse giovanotti belli e gai? Basta fare i calzolai!

Poi saltarono e ballarono e fecero capriole sulle sedie e sulle panche. Infine, ballando, giunsero alla porta. Da allora in poi non tornarono più, ma il calzolaio se la passò bene ed ebbe fortuna in tutto ciò che faceva.

F.lli Grimm

LA STORIA DEL FIERO CACCIATORE

La storia del fiero cacciatore


Era il mattino, e il fiero cacciatore
Col suo nuovo giubbetto che ha il colore
Dell'erba fresca in un bel dì d'aprile,
Col corno, col carniere e col fucile,
Sen va pei campi e per le dense selve
A far gran preda di tremende belve.

Gli occhiali ha collocato sovra il naso
E d'affrontar la lepre è persuaso.
La lepre intanto, che fra l'erba siede,
Ride del cacciator che non la vede.

Ma sotto il sol, che lo rendeva ansante,
A lui pare il fucil troppo pesante.
Sotto una pianta a riposar si giace,
E la lepre lo guarda e sen compiace.
Quando il sente russar beatamente,
La lepre s'avvicina all'imprudente;
Gli porta via lo schioppo e poi gli occhiali.
E via sen corre, quasi avesse l'ali.
La lepre sul nasino ha collocato
Gli occhiali ed il fucile ecco ha spianato.
Prende di mira il fiero cacciatore,
A cui per il terror traballa il core.
Ei fugge strepitando: "Aita, aita,
Gente, gente, salvatemi la vita!"

Davanti a un pozzo il cacciatore è giunto
Vederlo e saltar dentro è solo un punto.
A lui preme salvar la vita cara.
La lepre in quel momento il colpo spara!

Del cacciator la moglie al finestrino,
I1 caffè si sorbiva in un piattino.
La lepre, col suo colpo, le spezzò
I1 piattin nelle mani, ed ella: "Ohibò!"
Indignata proruppe. Il leprottino
Della lepre gentile figliolino,
Accanto al pozzo, sull'ameno prato
Sen giaceva tranquillo, accoccolato,
Quando una goccia di caffè bollente
Ecco gli casca sul nasin; repente
Si scote e grida: "Chi mi brucia il naso?"
E vede il cucchiaino al suol rimaso.
Lo prende e lambe col sottil linguino
Lo sgocciolante umore zuccherino.

Heinrich Hoffmann

Questa favola mi è stata data dalla mia amica Laura

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CHE GENTE STRANA

Che gente strana

Un giorno la pulce, la cavalletta e il saltamartino decisero di fare a chi salta più in alto. Invitarono allo spettacolo il mondo intero, e chiunque altro avesse voglia di venire: che gente strana si radunò allora nella stanza. "Se le cose stanno così", disse il re, "tanto vale che io dia mia figlia in sposa a chi salta più in alto! Perché sarebbe veramente una meschineria far saltare questa brava gente per nulla!" La pulce si fece avanti per prima: era dotata di molto buone maniere e salutava sempre a destra e a sinistra, perché aveva sangue di nobildonna nelle vene ed era abituata a frequentare soltanto umani, il che è tutto dire. Venne poi la cavalletta, che a onor del vero era un po' più appesantita, ma pur sempre assai beneducata; indossava la divisa verde che aveva ereditato dalla sua antichissima famiglia, che si diceva provenisse dall'antico Egitto, dove i suoi pare che godessero di un'alta reputazione. Era stata catturata direttamente in un campo e collocata in una casetta di carte a tre piani. Le carte erano tutte figure, con la parte colorata rivolta verso l'interno: c'era anche la porta e una finestra, ritagliata proprio nel petto della dama di cuori. "Io so cantare così bene", diceva la cavalletta, "ma così bene, che una volta sedici grilli di campagna, che si esercitano da quando sono nati, ma non hanno mai avuto una casa di carte da gioco, quando mi hanno sentito sono diventati ancor più verdi dalla rabbia!" La pulce e la cavalletta cercavano in tutti i modi di darsi importanza: sia l'uno e l'altro dicevano di meritare senz'altro le nozze con una principessa. Il saltamartino non parlava per niente, ma proprio per questo si diceva che lui pensasse più di tutti gli altri: il cane di corte, dopo averlo fiutato per un pezzo, assicurò che si trattava di un saltamartino di buona famiglia; e anche l'anziano consigliere, che a furia di stare zitto aveva ottenuto ben tre decorazioni, affermò che il saltamartino era addirittura dotato del dono della profezia: infatti dalla sua schiena si poteva capire se l'inverno sarebbe stato rigido o mite - il che a dire il vero non si può saperlo nemmeno dalla schiena di chi legge l'almanacco. "Benissimo, ma io non faccio pronostici", disse il vecchio re; "quello che penso me lo tengo per me". Venne il momento di saltare. La pulce saltò tanto in alto che nessuno la vide: ma in questo modo tutti dissero che non aveva saltato per niente! Roba da matti! La cavalletta saltò e arrivò almeno a metà dell'altezza della pulce; ma andò a sbattere contro il re, il quale protestò che era un crimine di lesa maestà! Il saltamartino rimase per tantissimo tempo fermo a riflettere: tanto che tutti ormai si erano convinti che non avrebbe saltato. "Si sente male?", chiese il cane di corte, e di nuovo l'annusò: ma oplà! Quello fece un piccolo salto e andò a finire proprio in grembo alla principessa, che era seduta su un seggiolino d'oro. Disse il re: "Il salto più alto è quello che arriva fino a toccare mia figlia! Eccola qui tutta l'astuzia della gara, ma bisognava avere testa per arrivarci, e il saltamartino ha dimostrato di averla". Così fu lui a sposare la principessa. "Eppure io ho saltato più alto di tutti!", diceva la pulce. "Ma che importa! La principessa si tenga pure quello sgorbio! Quello che ha saltato più in alto sono io, ma a questo mondo bisogna essere grossi per essere notati". E andò ad arruolarsi nella legione straniera, dove poi pare sia morta ammazzata. Quanto alla cavalletta, lei se ne tornò nel fosso, a meditare tristemente su come vanno le cose a questo mondo; anche lei diceva sempre: "Bisogna essere grossi..." Ma poi ci compose sopra una canzone malinconica, dalla quale noi abbiamo tratto questa storia. Che potrebbe anche non essere vera, benché sia stata stampata.
Andersen

08/07/2008

IL SACCHETTO DI MONETE

Il sacchetto di monete

C'erano una volta un vecchio e una vecchia.
La donna aveva una gallina e l’uomo un gallo. La gallina faceva due uova al giorno, ogni giorno.
La vecchia aveva tante uova da mangiare e al vecchio non dava niente…L’uomo non ce la faceva più e un giorno disse :
-Vecchia mia , tu hai che tanto da mangiare potresti regalare anche a me due o tre uova che mi fanno tanta voglia.
La donna che era molto tirchia rispose:
-Come no! Se hai tanta voglia di uova picchia il tuo gallo come ho fatto io con la mia gallina e così non mi fa mai mancare le uova.
L’uomo che non era molto furbo ed aveva tanta voglia di mangiare le uova acchiappò il gallo e lo picchiò poi disse:
-Tu che mangi a tradimento…o fai le uova…o vai via da casa mia.
Il povero gallo quando finalmente riuscì a liberarsi, scappò via. Vagava intontito per le vie del villaggio….ed ecco vide davanti a se in mezzo alla strada un sacchetto con due soldi che si affrettò a raccogliere. Poco dopo passò sulla stessa strada una carrozza di un gran signore accompagnato da un gruppo di signore. Il signore guardò il gallo e vide il sacchetto nel suo becco. Il signore chiese al cocchiere di andare a vedere cosa portava il gallo nel suo becco. Il cocchiere sceso dalla carrozza riuscì a portare via il sacchetto del gallo. Il signore prese il sacchetto e se lo mise in tasca poi ordinò di partire.
Il gallo arrabbiato non rinunciò al suo sacchetto e inseguendo la carrozza gridava:

COCORICO! Grandi signori
Restituite il sacchetto con due soldi!

Il signore infastidito quando passarono vicino ad un pozzo, disse al cocchiere:
- Prendi quel gallo sfacciato e buttalo nella fontana.
Il cocchiere scese un’altra volta, preso il gallo lo gettò nel pozzo. Al gallo non rimase altro da fare che bere e bere ancora tutta l’acqua del pozzo poi volando fuori ricominciò a gridare:

COCORICO! Grandi signori
Restituite il sacchetto con due soldi!

Il signore, molto infastidito dalla sfacciataggine del gallo, arrivato a casa ordinò ad una cameriera di prendere il gallo e buttarlo nel forno.
La cattiva cameriera esegui l’ordine del suo padrone. Il gallo, appena visto questo nuovo sopruso, riuscì a rimettere tutta l’acqua che aveva bevuto, spegnendo la carbonella ardente, poi uscito dal forno, cominciò a bussare alle finestre della villa gridando:

COCORICO! Grandi signori
Restituite il sacchetto con due soldi!

Il signore ordinò di buttare il gallo in mezzo alle mandrie di animali della fattoria.
Il gallo felice si mise ad ingoiare mucche e buoi, vitelli e cavalli e con la pancia piena continuò a sbraitare:

COCORICO! Grandi signori
Restituite il sacchetto con due soldi!

Il signore arrabbiatissimo ordinò di gettare il gallo nella stanza del tesoro: forse qualche moneta gli andava di traverso.
Il gallo ingoiò tutte le monete d’oro e poi:

COCORICO! Grandi signori
Restituite il sacchetto con due soldi!

Finalmente il signore disperato restituì il sacchetto al gallo che tutto contento prese la strada di casa.
Tutti i volatili della casa del signore, visto quanto era bravo il gallo lo seguirono.
A questo punto il signore era felice di non vedere più il gallo.
Arrivato al portone della casa del suo padrone il gallo cominciò a chiamare:
COCORICO! COCORICO!
Sentito il richiamo del suo gallo, il vecchio corse fuori dalla casa. Il gallo era impressionante: grande come un elefante e seguito da migliaia di oche, galline, anatre, tacchini...
Il gallo disse all’uomo di stendere un tappeto in mezzo al cortile, poi movendo le ali lo riempì di alti animali. Il vecchio felice abbracciava il suo gallo.
Venne fuori anche la vecchia che invidiosa chiese qualche moneta al vecchio che ricordò il consiglio di picchiare il gallo avuto da lei. La vecchia picchiò la gallina fino alla morte. La vecchia rimase anche senza le uova e non aveva più niente da mangiare.
Il vecchio impietosito la nominò guardiana delle sue galline.
Quanto al gallo andava in giro insieme al suo padrone con collane di monete d’oro: erano ricchi e benvisti da tutti.

Fiaba rumena di Avian

Questa fiaba l'ho avuta dalla mia amica Laura http://lauratani.fotoblog.it/

 

IL PESCIOLINO

Il pesciolino

Un giorno un pesciolino
nuotar non volle più
e dietro una conchiglia
si mise a muso in giù.
Un bimbo col ditino,
la coda gli toccò,
si volse il pesciolino e gli disse:
"Senti un po’:
son stanco di nuotare
andare avanti e andrè,
vorrei poter girare
il mondo insieme a te".
Il bimbo pian pianino dall’acqua lo levò
e con il pesciolino per strada se ne andò.

Glu glu glu
Glu glu glu, ripeteva il pesciolino
Glu glu glu
Glu glu glu, gli altri stavano a guardar

Ma a un tratto il pesciolino
gli scappò via di man,
gli fece l’occhiolino
e gli disse: "Ciao a doman".
Il bimbo poverino
invano lo chiamò
quel pesce birichino
nell’acqua si tuffò.
Dall’acqua il pesciolino
sorrise a quel bambino
gli andò vicin vicino
e gli disse: "Ciao son qui".
Vorrei con te restare,
tu sei un buon piccin,
ma c’è una pesciolina
Che vuol che io resti qui!".

Glu glu glu
Glu glu glu

Questa favola me l'ha passata la mia amica laura http://ilcoraggiodifareun.fotoblog.it/

IL VIAGGIATORE DI TIMBUCTU'

Il viaggiatore di Timbuctù

Il viaggiatore di Timbuctú------
on borobòn, bon borobòn...
– Chi è che bussa al mio porton?
– Aprite, Sire, sono arrivato,
il mio viaggio è terminato.
– Vieni da lontano o da vicino?
– Da mille miglia e un pezzettino,
da mille miglia e un po' di piú,
arrivo adesso da Timbuctú.
– Per la strada, cos'hai veduto?
– Un mulino su un noce fronzuto,
e il mugnaio era un can barbone
che salutava tutte le persone.
– Oh che bugiardo! Guardie, a me,
vada in prigione sui due pie'!
Bon borobòn, bon borobòn...
– Chi è che bussa al mio porton?
– Aprite, Sire, sono arrivato,
il mio viaggio è terminato.
– Vieni da lontano o da vicino?
– Da mille miglia e un pezzettino,
da mille miglia e un po' di piú,
arrivo adesso da Timbuctú.
– Per la strada cos'hai veduto?
– Un cane scendeva da un noce fronzuto,
e aveva le orecchie e la codina
tutte bianche di farina...
– Hai detto il vero! Guardie, a me,
liberatelo sui due pie'.
Bon borobòn, bon borobòn...
– Chi è che bussa al mio porton?
– Aprite, Sire, sono arrivato,
il mio viaggio è terminato.
– Vieni da lontano o da vicino?
– Da mille miglia e un pezzettino,
da mille miglia e un po' di piú,
arrivo adesso da Timbuctú.
– Che cos'hai visto, dimmi un poco?
– Ho visto l'acqua prendere fuoco:
bruciavano stagni, fiumi, laghetti,
fontane, sorgenti e ruscelletti.
– Oh che bugiardo! Guardie, a me,
vada in prigione sui due pie'!
Bon borobòn, bon borobòn...
– Chi è che bussa al mio porton?
– Aprite, Sire, sono arrivato,
il mio viaggio è terminato.
– Vieni da lontano o da vicino?
– Da mille miglia e un pezzettino,
da mille miglia e un po' di piú,
arrivo adesso da Timbuctú.

– Per la strada cos'hai veduto?
– In un prato mi sono seduto,
e c'erano lí tra le margherite
tre code di pesce abbrustolite.
– Hai detto il vero! Guardie, a me,
liberatelo sui due pie'.
Bon borobòn, bon borobòn...
– Chi è che bussa al mio porton?
– Aprite, Sire, sono arrivato,
il mio viaggio è terminato.
– Vieni da lontano o da vicino?
– Da mille miglia e un pezzettino,
da mille miglia e un po' di piú,
arrivo adesso da Timbuctú.
– E cos'hai visto per strada di bello?
– A Parigi ho visto un uccello,
in cima a una torre seduto stava
e tutto il cielo con l'ali oscurava.
– Oh che bugiardo! Guardie a me,
vada in prigione sui due pie'!
Bon borobòn, bon borobòn...
– Chi è che bussa al mio porton?
– Aprite, Sire, sono arrivato,
il mio viaggio è terminato.
– Vieni da lontano o da vicino?
– Da mille miglia e un pezzettino,
da mille miglia e un po' di piú,
arrivo adesso da Timbuctú.
– E cos'hai visto d'interessante?
– Una nuvola gigante
che a mezzogiorno faceva sera
da Parigi alla Riviera.
– Hai detto il vero! Guardie, a me,
liberatelo sui due pie'.

Fiaba tratta da: Enciclopedia della FAVOLA

Questa favola me l'ha data La mia amica Laura

http://only-one.myblog.it/

 

 

IL PESCIOLINO D' ORO

Il pesciolino d'oro

Sul mare-oceano, sull'isola di Bujan, c'era una volta una piccola casetta, un' izba decrepita. In questa izba vivevano un vecchio con la sua vecchietta. Vivevano in grande povertà: il vecchio fabbricava le reti e andava al mare per prendere i pesci. Ne prendeva solo quanto ne bastava per il vitto quotidiano.
Una volta, chissà come, il vecchio gettò la sua rete, cominciò a tirare e si accorse che era molto pesante, come mai gli era capitato.
Tira e tira, riuscì a tirar fuori la rete. Guardò: la rete era vuota; c’era in tutto un pesciolino, ma non un semplice pesciolino: era un pesciolino tutto d’oro.
Il pesciolino pregò il vecchio con voce umana: “Non prendermi, vecchietto! E’ meglio se mi lasci andare nel mare azzurro; io ti sarò riconoscente: farò quello che vorrai”.
Il vecchio pensò e ripensò, poi disse: « Che bisogno ho di te? Va’ pure a passeggio nel tuo mare!»
Gettò il pesciolino d’oro nel mare e tornò a casa.
La vecchia gli chiese: “ Hai preso molti pesci, vecchio?”
“In tutto ho preso solo un pesciolino d’oro, ma l'ho ributtato in mare. Mi pregò con insistenza. Lasciami andare, mi disse, nell’azzurro mare ed io ti ricompenserò, farò tutto quello che vorrai! Ho avuto compassione del pesce, non ho voluto da lui un riscatto ma l’ho lasciato libero a sua volontà”
“ Vecchio demonio! Ti era capitata tra le mani una vera fortuna e tu non hai saputo prenderla.”
La vecchia si incattivì, insultò il vecchio da mattina a sera, non lo lasciò in pace:
“Dovevi chiedergli almeno un po’ di pane. Qui abbiamo solo delle croste secche: che mangerai?”.
Il vecchio non si trattenne, andò dal pesciolino d'oro per chiedergli del pane.
Arrivò alla riva, e gridò con voce forte:
“Pesciolino, pesciolino! Mettiti con la coda in mare e con la testa verso di me”.
Il pesciolino nuotò a riva: “Di che cosa hai bisogno, vecchio?” .
“La vecchia si è arrabbiata, mi ha mandato a chiedere del pane.”
“Torna a casa: ci sarà del pane fin che ne vuoi”.
Il vecchio tornò a casa: “E allora, vecchia, c'e il pane?”
“Di pane ce n'e finché vuoi. Ma ecco il guaio. Il mastello si è rotto, e non so dove lavare la biancheria. Va' dal pesciolino e chiedigli un nuovo mastello.”
Il vecchio andò al mare: “Pesciolino, pesciolino! Mettiti con la coda in mare e con la testa verso di me”
Il pesciolino arrivò: “Che vuoi vecchio?”
“La vecchia mi ha mandato per chiedere un nuovo mastello.”
“Bene, avrai il mastello”.
Il vecchio tornò a casa, stava ancora sulla porta, che la vecchia di nuovo si gettò contro di lui, lo investì gridando: “Và dal pesce d'oro, chiedigli di costruirci una nuova izba, non si può più vivere nella nostra, appena la guardi va in pezzi!”
E il vecchio tornò sul mare: “Pesciolino, pesciolino! Mettiti con la coda in mare e con la testa verso di me!”
Il pesciolino arrivò nuotando, si mise con la testa verso di lui e la coda in mare. “Che cosa vuoi, vecchio?”
“Costruisci per noi una nuova izba; la vecchia si lamenta e grida, non mi lascia in pace; non voglio, dice, vivere più in questa izba vecchia, appena la guardi, va in pezzi!”
“Non rattristarti, vecchio! Va' a casa, e prega Dio. Tutto sarà fatto.”
Tornò il vecchio. Nel suo cortile c’è una izba nuova, di legno di quercia, tutta con trafori e ornamenti.
Gli corre incontro la vecchia, arrabbiata più di prima, impreca e litiga più di prima:
“Ah tu, vecchio cane, imbecille! Non sei capace di servirti della fortuna. Ti ho chiesto un'izba, e tu, ecco, sarà fatto! No, invece! Va' di nuovo dal pesce d'oro e digli che io non voglio più essere contadina, ma moglie del governatore, in modo che la gente mi obbedisca, e quando le persone mi incontrano mi facciano l’inchino fino alla cintola!”.
Andò il vecchio al mare e gridò con grossa voce: “Pesciolino, pesciolino! Mettiti con la coda in mare e con la testa verso di me.”
Nuotò a riva il pesciolino, si mise con la coda in mare e la testa verso il vecchio: “Che cosa vuoi, vecchio?”
Rispose il vecchio: “La vecchia non mi dà pace, è del tutto impazzita. Non vuole essere più contadina, ma moglie del governatore!”
“Bene, non affliggerti! Torna a casa, prega Dio, tutto sarà fatto!”
Tornò a casa il vecchio, e invece dell'izba adesso c'è una casa di pietra, una casa di tre piani. Nel cortile i servitori corrono di qua e di là, in cucina i cuochi battono e lavorano, la vecchia in un prezioso abito di broccato sta seduta su un'alta poltrona e dà ordini.
“Salute, moglie!”, disse il vecchio.
“Ah tu, rozzo ignorante ! Come osi chiamar me tua moglie, me, la moglie del governatore? Ehi, gente, portate questo contadinaccio nella scuderia e frustatelo quanto più potete.”
Subito i servitori accorsero, presero il vecchio per la collottola e lo trascinarono nella scuderia. Cominciarono gli scudieri a frustarlo, e lo frustarono a tal punto che egli a mala pena poteva reggersi sulle gambe.
Dopo di che la vecchia gli diede l' incarico di portinaio, ordinò che gli fosse data una scopa, e che pulisse il cortile. Ordinò anche che gli fosse dato da mangiare a da bere in cucina.
Mala vita per il vecchietto! Per tutto il giorno deve scopare il cortile, e non appena trovano che c’è qualche punto non pulito bene, subito nella scuderia, e giù frustate!
“Che strega!” pensa il Vecchio. "Ha avuto una fortuna, e adesso si mette a grufolare come un porco, e non mi considera più neppure suo marito!"
Passò molto tempo, poco tempo, la vecchia si annoiò di essere moglie del governatore e, fece chiamare il vecchio, e gli ordinò:
“Va', vecchio demonio, dal pesciolino d'oro, e digli che non voglio più essere moglie di governatore, ma zarina!”
Andò il vecchio al mare: “Pesciolino, pesciolino! Mettiti con la coda in mare e con la testa verso di me”
Arrivò il pesciolino d'oro nuotando: “Di che cosa hai bisogno, vecchio?”
“Ecco, mia moglie è del tutto impazzita, più di prima. Non si contenta più di essere la moglie del governatore, adesso vuole essere zarina.”
“Non affliggerti, vecchio! Va' a casa, e prega Dio. Tutto sarà fatto.”
Il vecchio tornò a casa e invece del palazzo di prima trovò un alto palazzo dal tetto d' oro, con intorno le sentinelle che fanno il presentat'arm. Davanti al palazzo c'è un verde prato. Nel prato ci sono i soldati, in fila. La vecchia è vestita da zarina, viene fuori sul balcone con i generali e i boiari, e fa la rassegna delle truppe, sta attenta al cambio delle sentinelle. Rullano i tamburi, suona la musica, i soldati gridano “Hurrà”.
Passò molto tempo, poco tempo, la vecchia si annoiò di essere zarina e ordinò di chiamare il vecchio, che si presentasse davanti ai suoi occhi luminosi.
Ci fu una grande confusione, i generali si danno da fare, i boiari corrono, non sanno dove sbattere la testa: “Quale vecchio?”
A gran fatica riuscirono a trovarlo nel cortile delle immondizie, e lo portarono dalla regina.
“Ascolta, vecchio demonio!” gli dice la vecchia. “Va' dal pesciolino d'oro a digli: non voglio più essere zarina, ma voglio essere la signora dei mari, in modo che tutti i mari e tutti i pesci mi ubbidiscano.”
Il vecchio tentò di rifiutarsi, ma che vuoi farci? La zarina ti fa staccar la testa! Con il cuore stretto, andò al mare, e disse:
“Pesciolino, pesciolino, mettiti con la coda in mare e la testa verso di me”
Ma il pesciolino d'oro non si vede, proprio non si vede! Il vecchio lo chiama una seconda volta. Di nuovo, niente! Lo chiama una terza volta, e a un tratto il mare si gonfia e muggisce; prima era tutto sereno, pulito, e ora tutto nero.
I1 pesciolino nuotò a riva: “Che vuoi, vecchio?”
”La vecchia è diventata ancora più pazza; non vuole più essere zarina, vuole essere la signora del mare, dominare su tutte le acque, comandare a tutti i pesci.”
Il pesciolino d'oro non disse nulla al vecchio, si voltò e sprofondò nel mare.
Il vecchio tornò a casa, guardò e non credette ai suoi occhi: il palazzo era come se non ci fosse mai stato, al suo posto stava la vecchia izba decrepita, e nell'izba stava seduta la vecchia, con il suo vecchio sarafan' stracciato e la testa tra le mani.
Ritornarono a vivere come prima, il vecchio ritornò alla sua pesca in mare; solo che, per quante volte gettasse le reti in acqua, non riuscì più a prendere il pesciolino d'oro.

A. Pushkin

Questa favola me l'ha data la mia amica Laura http://lauratani.myblog.it/

I TRE ANELLI

I tre anelli

C'era una volta un sarto, che aveva tre figliuole, una più bella dell'altra. Sua moglie era morta da un pezzo, e lui si stillava il cervello per riuscire a maritarle. Le ragazze non avevano dote, e senza dote un marito è un po' difficile a trovarsi.
Un giorno questo povero padre pensò d'andarsene in una pianura e chiamare la Sorte:
- Sorte, o Sorte!
Gli apparve una vecchia, colla conocchia e col fuso:
- Perché mi hai tu chiamata?
- Ti ho chiamata per le mie figliuole.
- Menale qui ad una ad una; si sceglieranno la sorte colle loro mani.
Il buon uomo, tornato a casa tutto contento, disse alle figliuole:
- La vostra fortuna è trovata!
E raccontò ogni cosa. Allora la maggiore si fece avanti, ringalluzzita:
- La prima scelta tocca a me. Sceglierò il meglio!
Il giorno dopo, padre e figliuola si avviarono per quella pianura:
- Sorte, o Sorte!
Gli apparve una vecchia, colla conocchia e col fuso:
- Perché m'hai tu chiamata?
- Ecco la mia figliuola maggiore.
La vecchia cavò di tasca tre anelli, uno d'oro, uno d'argento, uno di ferro e li mise sulla palma della mano:
- Scegli, e Dio t'aiuti!
- Questo qui.
Naturalmente prese l'anello d'oro.
- Maestà, vi saluto!
La vecchia le fece un inchino e sparì.
Tornati a casa, la sorella maggiore, pavoneggiandosi, disse alle altre due:
- Diventerò Regina! E voi reggerete lo strascico del manto reale!
Il giorno dopo andò col padre l'altra figlia.
Comparve la vecchia colla conocchia e col fuso, e cavò di tasca due anelli, uno d'argento ed uno di ferro:
- Scegli, e Dio t'aiuti!
- Questo qui.
E, s'intende, prese quello d'argento.
- Principessa vi saluto!
La vecchia le fece un inchino e sparì.
Tornata a casa, quella disse alla maggiore:
- Se tu sarai Regina, io sarò Principessa!
E tutt'e due si diedero a canzonare la sorella minore:
- Che volete? Chi tardi arriva male alloggia. Dovea venire al mondo prima.
Lei zitta.
Il giorno dopo andò col padre la figliuola minore.
Comparve la vecchia colla conocchia e col fuso e cavò di tasca, come la prima volta, tre anelli, uno d'oro, uno d'argento e uno di ferro:
- Scegli, e Dio t'aiuti!
- Questo qui.
Con gran rabbia di suo padre, avea preso quello di ferro.
La vecchia non le disse nulla, e sparì.
Per la strada il sarto continuò a brontolare:
- Perché non quello d'oro?
- Il Signore m'ispirò così.
Le due sorelle, curiose, vennero ad incontrarla per le scale.
- Facci vedere! Facci vedere!
Come videro l'anello di ferro, si contorcevano dalle risa e la canzonavano. Saputo poi che lo avea scelto fra uno d'oro e uno d'argento, per grulla la presero e per grulla la lasciarono.
E lei, zitta.
Intanto si sparse la voce che le tre belle figliuole del sarto avevano gli anelli della buona sorte. Il Re del Portogallo dovea prender moglie e venne a vederle. Rimase ammaliato dalla maggiore:
- Siate Regina del Portogallo!
La sposò con grandi feste e la menò via.
Poco dopo venne un Principe. Rimase ammaliato dalla seconda.
- Siate Principessa!
La sposò con grandi feste e la menò via.
Restava l'ultima. Non la chiedeva nessuno.
Un giorno, finalmente, si presentò un pecoraio:
- Volete darmi questa figliuola?
Il sarto, che ne aveva una Regina ed una Principessa, era montato in superbia e rispose:
- Il pecoraio, scusate, noi per ora ce l'abbiamo.
Stava per passare un altr'anno. La minore restava sempre in casa, e il padre non faceva altro che brontolare giorno e notte:
- Le stava bene, stupidona! Sarebbe rimasta in un canto, con quel suo anello di ferro.
E all'anno appunto, tornò a presentarsi il pecoraio:
- Volete darmi quella figliuola?
- Prendila - rispose il sarto. - Non si merita altro!
Si sposarono, senza feste e senza nulla, e la menò via.
Allora il sarto disse:
- Voglio andar a visitare la mia figliuola Regina.
La trovò che piangeva.
- Che cos'hai, figliuola mia?
- Sono disgraziata! Il Re vorrebbe un figliuolo, ed io non posso farne. I figliuoli li dà Dio.
- Ma l'anello della buona fortuna non giova a nulla?
- Non giova a nulla. Il Re mi ha detto: «Se fra un anno non avrò un figliuolo, guai a te!». Son certa, babbo mio, che mi farà tagliar la testa.
Quel povero padre, come potea rimediare? E partì per far visita alla figliuola Principessa. La trovò che piangeva.
- Che cos'hai, figliuola mia?
- Sono disgraziata! Tutti i figliuoli che faccio mi muoiono dopo due giorni.
- E l'anello della buona fortuna non giova a nulla?
- Non giova a nulla. Il Principe mi ha detto: «Se questo che hai nel seno morrà anche lui, guai a te!». Son certa, babbo mio, che mi farà scacciar di casa!
Quel povero padre che potea farci? E partì.
Per via gli nacque il pensiero d'andar a vedere l'altra figliuola, quella del pecoraio. Ma aveva vergogna di presentarsi. Si travestì da mercante, prese con sé quattro ninnoli da vendere e, cammina, cammina, arrivò finalmente in quelle contrade lontane.
Vide un magnifico palazzo stralucente, e domandò a chi appartenesse.
- È il palazzo del re Sole.
Mentre stava lì a guardare, stupito, sentì chiamarsi da una finestra:
- Mercante, se portate bella roba, montate su. La Regina vuol comprare.
Montò su, e chi era mai la Regina? La sua figliuola minore, la moglie del pecoraio. Quello rimase di sasso; non potea neppure aprir le cassette degli oggetti da vendere.
- Vi sentite male, poverino? - gli disse la Regina.
- Figliuola mia, sono tuo padre! E ti chiedo perdono!
Lei, che l'aveva riconosciuto, non permise che le si gettasse ai piedi, e lo ricevé tra le braccia:
- Siate il ben venuto! Ho dimenticato ogni cosa. Mangiate e bevete, ma prima di sera andate via. Se re Sole vi trovasse, rimarreste incenerito.
Dopo che quello ebbe mangiato e bevuto, la figliuola gli disse:
- Questi doni son per voi. Questa nocciuola è per la sorella maggiore: questa boccettina di acqua per l'altra. La nocciuola, dee inghiottirsela col guscio; l'acqua, dee berne una stilla al giorno, non più. E che badino, babbo!
Quando le due sorelle intesero la bella fortuna toccata alla minore e videro quella sorta di regali che loro inviava, arsero d'invidia e di dispetto:
- Si beffava di loro con quella nocciuola e con quell'acqua!
La maggiore buttò la nocciuola in terra, e la pestò col calcagno. La nocciuola schizzò sangue. C'era dentro un bambino piccino piccino: lei gli aveva schiacciata la testa!
Il Re, visto quell'atto di superbia e il bambino schiacciato:
- Olà! - gridò - levatemela d'innanzi; mozzatele il capo!
E, senza pietà né misericordia, la fece mettere a morte.
L'altra, nello stesso tempo, avea cavato il turacciolo alla boccetta e, affacciatasi a una finestra, n'avea versata tutta l'acqua.
Sotto la finestra passavano dei ragazzi che trascinavano un gatto morto. L'acqua cadde su questo, e il gatto risuscitò.
- Ah, scellerata! - urlò il Principe. - Hai tolto la sorte ai nostri figliuoli!
E in quel momento di furore, la strangolò colle sue mani.
Il babbo tornò dalla figliuola minore, e raccontò, piangendo, quelle disgrazie.
- Babbo mio, mangiate e bevete, e prima di sera andate via. Se re Sole vi trovasse, rimarreste incenerito. Appena avrò buone notizie, vi manderò a chiamare.
La sera tornò re Sole, e lei gli domandò:
- Maestà, che cosa avete visto nel vostro viaggio?
- Ho visto tagliar la testa a una Regina e strangolare una Principessa. Se lo meritavano.
- Ah, Maestà, eran le mie sorelle! Ma voi potete risuscitarle; non mi negate questa grazia!
- Vedremo! - rispose re Sole.
Il giorno dopo, appena fu giunto nel luogo dov'era seppellita la Regina, picchiò sulla fossa e disse:
- Tu che stai sotto terra,
Mi manda la tua sorella;
Se dal buio volessi uscire,
Del mal fatto ti déi pentire.
- Rispondo a mia sorella:
Sto bene sotto terra.
Dio gli dia male e malanno!
Vo' la nuova avanti l'anno!
- Resta lì, donnaccia infame!
E il re Sole continuò il suo viaggio. Arrivato dov'era stata sepolta la Principessa, picchiò sulla fossa e disse:
- Tu che stai sotto terra,
Mi manda la tua sorella;
Se vuoi tornare da morte a vita,
Del mal fatto sii pentita!
- Rispondo a mia sorella:
Sto bene sotto terra.
Male occulto o mal palese,
Vo' la nuova avanti un mese!
Resta lì, donnaccia infame!
Re Sole continuò il suo viaggio, e quelle due sorelle se le mangiarono i vermi.
Stretta è la foglia, larga è la via.
Dite la vostra, ché ho detto la mia.
L. Capuana

07/07/2008

TOPOLINO

Topolino

C'era una volta un Re, che più non viveva tranquillo, dal giorno in cui una vecchia indovina gli aveva detto:
- Maestà, ascoltate bene:
Topolino non vuol ricotta;
vuol sposare la Reginotta;
E se il Re non gliela dà,
Topolino lo ammazzerà.
Il Re consultò subito i suoi ministri; ed uno di loro disse:
- Maestà, è mai possibile che un topolino voglia sposare la Reginotta? Io credo che quella donna si sia beffata di voi.
Ma gli altri non furono dello stesso parere.
- Per evitare la disgrazia, bisogna distruggere tutti i topi del regno, mentre la Reginotta trovasi ancora nelle fasce.
Perciò il Re messe fuori un decreto:
- Pena la vita a chi non teneva uno o più gatti, secondo che avesse casa o palazzo. Chi ammazzava cento topi diventava barone.
Il Re diè l'esempio egli il primo; e il palazzo reale fu pieno di gatti, tenuti assai meglio dei cortigiani e anche dei ministri. Inoltre, a tutti gli usci venivano appostate guardie con una granata in mano, invece di sciabola, che dovevano gridare all'armi appena visto un topo.
Sulle prime, con quella caccia ai topi per diventare barone, fu uno spasso per tutto il regno.
Il Re, ogni volta che gli portavano al palazzo un centinaio di topi uccisi, traeva un respiro dal profondo del petto.
- Voi siete barone!
- Che mi vale, Maestà, l'esser barone, se non ho da mangiare? - disse una volta un contadino, che, invece di cento, ne aveva portati un mezzo migliaio.
- È giusto - rispose il Re.
E gli fece un bel regalo.
Saputasi la cosa, tutti quelli che accorrevano al palazzo reale, ripetevano la stessa storia:
- Che mi vale, Maestà, l'esser barone, se non ho da mangiare?
Ma il Re, ch'era un po' tirchio, si seccò presto a dover far tanti regali; e all'ultimo rispose:
- Il decreto dice soltanto: sarete baroni.
E il popolo ne fu scontento; molto più che, con tutti quei gatti per la casa, i quali miagolavano da mattina a sera, si viveva una vitaccia d'inferno. Ma Sua Maestà ordinava così; era forza ubbidirgli!
Da lì a qualche anno, non si trovava un topo in tutto il regno, neppure a pagarlo un milione.
Il Re già cominciava a rassicurarsi; e siccome la Reginotta era cresciuta, egli pensava di darle marito. Parecchi Principi l'avevano chiesta. Ma la Reginotta, quasi lo facesse a posta, a ogni domanda di matrimonio, rispondeva:
- Maestà, chiedo un altr'anno di tempo.
Intanto era accaduto questo: in un paesotto del regno, nascosto fra le montagne, una povera donna aveva partorito un bambino mostruoso, col viso d'uomo e il resto del corpo di vero topolino, con le sue zampine e con la sua codina.
Al vederlo, la mamma e la levatrice rimasero trasecolate: e la levatrice, che provava ribrezzo a toccare quel mostricino, aveva consigliato di soffocarlo.
La mamma non n'ebbe il cuore, e pregò:
- Non ne fiatare con anima viva, comare!
Infatti nessuno ne seppe nulla; e il bambino crebbe vegeto e vispo da quel topolino ch'egli era. Camminava su due gambe, come un uomo; solamente la mamma lo vestiva in maniera, che del suo corpo non si potesse vedere altro che il volto. Alle zampine anteriori gli metteva sempre i guanti.
Gli aveva posto nome Beppe, e così lo chiamavano tutti; ma quando non c'era nessuno, ella, per tenerezza, lo chiamava Topolino.
- Topolino, fa' questo; Topolino, fa' quest'altro!
E Topolino non le dava mai il menomo dispiacere, e faceva questo e faceva quello.
- Dio t'aiuterà, Topolino!
E un giorno Topolino disse:
- Mamma, voglio fare il soldato.
La poveretta che gli voleva bene, piangendo rispose:
- Ed io, come rimango sola sola? Ora sono vecchia, e non posso più lavorare.
- Vi lascerò la mia coda. Quando avrete bisogno di qualcosa, direte:
Codina, codina
Servi la tua mammina!
Ed essa vi servirà, come se fossi io stesso in persona. Se non v'ubbidirà, vorrà dire che in quel momento io corro un gran pericolo. Allora, lasciatevi guidare da essa e venite a trovarmi.
Così fece, e partì. Quella coda era fatata.
Al Re era stata mossa guerra da un altro Re, offeso dal rifiuto della Reginotta. Uscito, con tutto l'esercito a combattere, in ogni battaglia ne toccava.
Mutava generali, chiamava nuova gente sotto le armi, veniva alle mani, faceva prodezze straordinarie, ma rimaneva vinto sempre; e una volta poté salvarsi, scappando sul suo cavallo a rotta di collo.
Si presentò Topolino, ch'era alla guerra anche lui:
- Maestà, se mi date il comando in capo, vi faccio uscire vittorioso.
- E tu chi sei?
- Mi chiamo Niente-con-Nulla; ma non vuol dire. Mettetemi alla prova.
- Niente-con-Nulla sia comandante!
I generali dell'esercito credettero che Sua Maestà fosse ammattito:
- Affidare il comando in capo a quel cosino, ch'era davvero Niente-con-Nulla!
Non rinvenivano dallo stupore. Ma quando fu l'ora della battaglia, Topolino impartì gli ordini, fece sonare le trombe, e in un batter d'occhio l'esercito nemico fu spazzato via.
- Viva Niente-con-Nulla! Viva Niente-con-Nulla.
Non si sentiva acclamare altro. Nessuno più gridava: «Viva il Re!», tanto che Sua Maestà cominciò a esserne seccato, e pensava di levarsi di torno Niente-con-Nulla, che ci mancava poco non contasse più di lui.
- Come fare per levarselo di torno? Occorreva un pretesto.
Il pretesto lo trovò una mattina, che la Reginotta venne a dirgli:
- Maestà, volete ch'io sposi? Datemi Niente-con-Nulla per marito.
Il Re montò sulle furie. Ma, per far la cosa zitto e queto, deliberò di sbarazzarsi di Niente-con-Nulla per mezzo del veleno.
Invitatolo a pranzo, verso la fine gli fece porre davanti un piatto d'oro con su una torta di ricotta avvelenata.
- Questo piatto è per voi solo, per farvi onore. Niente-con-Nulla, mangiate.
Ma Niente-con-Nulla, levatosi da tavola e fatto un inchino a Sua Maestà, rispose:
- Topolino non vuol ricotta;
Vuol sposare la Reginotta!
E andò via.
Il Re e i Ministri rimasero strabiliati:
- Giacché Topolino è lui, - disse un Ministro - facciamolo arrestare, rinchiudiamolo in una stanza con tutti i gatti del palazzo reale, e così sarà divorato vivo vivo.
Lo fecero arrestare, lo spogliarono, lo rinchiusero in uno stanzone insieme con un centinaio di gatti affamati, e stettero ad aspettare. Quando riapersero la stanza, Topolino non c'era più. E i gatti si leccavano i baffi, come se avessero desinato saporitamente.
Il Re, dalla contentezza, ordinò una festa di ballo.
Va per indossare il manto reale, e lo trova interamente rosicchiato dai topi. I generali, le dame di corte, gl'invitati, nel momento d'abbigliarsi per la festa, tutti avevano trovato le loro uniformi e gli abiti rosicchiati dai topi!
Ma questo non fu nulla. I Ministri portavano al Re i decreti da firmare; e, il giorno dopo, le carte trovavansi rosicchiate proprio dov'era la firma. A poco a poco, nel palazzo reale, delle materasse, delle lenzuola, delle coperte, della biancheria, degli arnesi, dei mobili non rimase più intatto un solo capo; pareva che un esercito di topi fosse stato a divertirvisi coi suoi dentini distruttori. Né valeva il rinnovare ogni cosa; quello che oggi compravano, domani era bell'e rosicchiato.
Centinaia di gatti, intanto, passeggiavano su e giù per le stanze, miagolando, o si stendevano al sole facendo le fusa. Soltanto i vestiti e i mobili della Reginotta non erano rosi.
Il Re, i Ministri, tutta la corte non sapevano dove dare il capo.
- Questa è opera di Topolino!
- Maestà, - disse il Ministro che aveva suggerito di far divorare Topolino dai gatti - si costruisca una gran trappola, che abbia l'aspetto della camera della Reginotta, e cerchisi un Mago capace di fare una bambola grande al naturale, somigliantissima a lei, con un congegno da poter chiamare: «Topolino! Topolino!» con lo stesso tono della voce di lei. Sono sicuro che Topolino cascherà nell'inganno. Quando l'avremo in mano penseremo al da farsi.
L'idea parve eccellente. Senza che ne trapelasse nulla, i magnagni di corte costruirono una trappola, che simulava la camera della Reginotta; e un famoso Mago fece una bambola grande al naturale, da scambiarsi colla Reginotta in carne e ossa, e che diceva: «Topolino! Topolino!» con lo stesso tono della voce di questa. Collocarono la trappola nel giardino reale, ed aspettarono fino alla dimane.
Tutta la notte, il congegno della bambola chiamò: «Topolino! Topolino!». Ma chi sa dove lucevano gli occhi di Topolino in quel punto?
Per sei notti l'inganno non giovò. Alla settima, il povero Topolino, lusingato dalla somiglianza, era accorso alla trappola e c'era rimasto.
Figuriamoci il tripudio del Re e dei Ministri, la mattina quando lo trovarono acquattato in un cantuccio presso la bambola!
- Rosicchia, Topolino! Sposa la Reginotta, Topolino!
Lo beffeggiavano senza pietà; e Topolino, acquattato nel suo cantuccio, li guardava e non rispondeva nulla.
Giusto in quel giorno, la sua mamma, avendo bisogno d'un servigio, aveva detto:
- Codina, codina,
Servi la tua mammina!
Ma la codina non si era mossa.
- Ah, codina, codina! - esclamò quella mamma desolata: - Topolino è in pericolo; andiamo a soccorrerlo, presto!
E si avviarono, la codina avanti, e lei dietro, finché non giunsero alla capitale del regno e non entrarono nel giardino reale, mischiati alla folla che accorreva per la curiosità di osservare Topolino dentro la trappola. Quel giorno Topolino doveva esser bruciato. La trappola era stata unta tutta d'olio e di grasso; s'aspettava il Re e la corte per appiccargli fuoco.
La codina spiccò un salto e andò ad appiccicarsi al codone di Topolino.
- Topolino ha la coda! Lascia vedere la coda, Topolino!
E Topolino, che si era subito ringalluzzato, si voltava compiacente e dimenava la coda come se non avesse capito la condanna che gli stava sul capo. La gente rideva e batteva le mani. Ora che Topolino era cascato in disgrazia, nessuno più si rammentava del bene ch'egli aveva fatto, quando si chiamava Niente-con-Nulla: il mondo è così! Al suono delle trombe, ecco il Re e i Ministri e la corte, tutti vestiti in gran gala, preceduti dal carnefice, con una torcia accesa in pugno. La Reginotta era rimasta al palazzo.
Il Re, per scherno, allora disse:
- Topolino, prima di morire, che grazia chiedi?
E Topolino, senza scomporsi, rispose:
- Maestà:
Topolino non vuol ricotta;
Vuol sposare la Reginotta;
E se il Re non gliela dà.
Topolino lo ammazzerà.
E si lisciava la coda.
- Date fuoco! - ordinò il Re inviperito.
Ma non appena il carnefice ebbe accostata la torcia alla trappola, ecco che insieme con la trappola scoppia in fiamme il trono reale. Le vampe avvolsero il Re e i Ministri, che non trovarono scampo.
La gente fuggiva, atterrita; ma Topolino, trasformato in bellissimo giovane, usciva fuori sano e salvo.
Agli urli, alle strida, accorse subito la Reginotta; e, visto il disastro, si mise a piangere:
- Topolino, se mi vuoi bene, risuscita mio padre!
Topolino esitava. Allora si fece avanti sua madre:
- Topolino, te ne prego anch'io, risuscita il Re!
Poteva dire di no alla mamma e alla sua cara Reginotta?
Toccò colle mani il cadavere mezzo carbonizzato del Re, e lo fece risuscitare. Ma il Re era diventato un altro. Domandò umilmente perdono del male che gli aveva fatto, e conchiuse:
- Giacché questo è il volere di Dio, sposatevi e siate felici!
Il popolo fece grandi feste. Dei Ministri bruciati nessuno si diè pensiero.
L. Capuana

POLLICINA

Pollicina

C'era una volta una donna non più giovanissima, che si sentiva tanto sola ed avrebbe voluto avere un bambino: andò da una strega del suo villaggio, che le diede un granello d'orzo, raccomandandole di seminarlo in un vaso e di curarlo.Alcuni giorni dopo sbocciò uno splendido fiore, simile ad un tulipano: i petalisi aprirono e ne uscì una bambina bellissima, piccola come un pollice.La donna le diede il nome di Pollicina. Per un po' di tempo Pollicina visse felice con la sua mamma umana. Una brutta notte entrò nella camera della donna, dove Pollicina dormiva in un guscio di noce, un brutto rospo femmina, che decise di rapire la ragazza per farne la moglie di suo figlio. L'indomani Pollicina si risvegliò e vide cosa le era successo. Saltò su una foglia e si lasciò trasportare dal fiume, lontano dai due rospi.Ad un tratto giunse ronzando sopra Pollicina un maggiolino, che la afferrò e laportò via dalla foglia, nel suo nido. Ma gli altri maggiolini iniziarono aderiderla, perché era diversa da loro. Pollicina se ne andò ed iniziò a vagare nella foresta. Visse tutta l'estate nella foresta, intrecciandosi le foglie per fare il letto, mangiando le bacche e bevendo la rugiada per dissetarsi. Ma poi arrivò l'inverno, cominciò a nevicare e Pollicina non trovò più niente da mangiare e da bere. Stremata, uscì dalla foresta ed andò a bussare da una famiglia di topi, che viveva vicino ad un fienile. La accolsero con affetto, e Pollicina poté lavorare per loro per pagarsi vitto ed alloggio. Il vicino di casa della famiglia dei topi era una talpa, che si innamorò di Pollicina ma preferì per il momento stare zitto ed aspettare che lei si accorgesse di lui. Nel frattempo Pollicina andava periodicamente a tenere in ordine anche la sua casa. Un giorno, fuori dalla casa dei Topi, trovò una rondine che sembrava morta. Pollicina la prese, la mise nel suo giaciglio, e cercò di scaldarla e di darle da mangiare.La rondine si riprese e ringraziò Pollicina. Per tutto l'inverno Pollicina e la rondine vissero fianco a fianco. Alla fine dell'inverno la moglie del Topo le annunciò che doveva cominciare a prepararsi la dote, perché avrebbe sposato la Talpa. Pollicina era disperata.Ritornò la primavera e la rondine ormai stava bene: Pollicina le confidò che non voleva sposarsi con la talpa. Il giorno della partenza, la rondine, che era ormai forte, prese Pollicina sulla sua schiena,e la portò lontano, verso il cielo più azzurro.Ad un tratto la rondine arrivò in un regno fantastico, dove c'erano palazzi sontuosi, splendidi giardini, vie trafficate, tutte all'altezza di Pollicina. C'era anche degli esseri, identici a lei in tutto e per tutto. C'era un principe in quel regno, bellissimo, che chiese a Pollicina se voleva sposarlo. Pollicina capì di aver trovato la sua gente, finalmente. Diventò la regina di quel regno e visse felice e contenta con il suo principe. La principessa sul pisello C'era una volta un principe che voleva sposare una principessa, ma doveva trattarsi di una principessa vera! Perciò si mise a viaggiare in lungo e in largo per il mondo, ma ogni volta non riusciva a decidersi: principesse ce n'erano un po' dappertutto, ma erano principesse vere? Non si riusciva mai a saperlo con sicurezza: ogni volta sembrava mancare qualche cosa. Alla fine decise di tornare a casa sua, ma era pieno di tristezza per non essere riuscito a trovare una principessa vera. Una notte che c'era un tempo orribile, con fulmini, tuoni, e acqua a catinelle, qualcuno bussò alle porte della città, e il vecchio re andò ad aprire. Fuori dalle mura c'era una principessa: Dio mio, la pioggia e il brutto tempo l'avevano conciata proprio bene! L'acqua le picchiava sui capelli e sui vestiti, entrava nelle scarpe dalle punte e ne usciva dai tacchi: eppure lei sosteneva di essere una vera principessa. "Questo si vedrà", pensò la vecchia regina, ma non disse nulla: andò in camera, tolse il materasso dal letto e mise sul fondo un pisello; poi prese venti materassi e li mise sul pisello, e sopra i materassi mise ancora venti grossi cuscini di piume. Quella sera la principessa dormì lì. La mattina dopo le chiesero come aveva dormito. "Malissimo!", si lamentò la fanciulla, "non ho praticamente chiuso occhio per tutta la notte! Chissà cosa c'era in quel letto! Ero coricata su qualcosa di duro e mi sono fatta un enorme livido blu e marrone. È stato terribile!" Così capirono che era una principessa vera, perché aveva sentito il pisello attraverso venti materassi e venti grossi cuscini di piume. Solo una principessa poteva avere una pelle così sensibile! Così il principe la prese in sposa, convinto finalmente di avere incontrato una vera principessa, e il pisello andò a finire in un museo, dove, se nessuno è venuto a rubarlo, lo si può vedere ancora.
Andersen

SCARPETTE ROSSE

Scarpette rosse

C'era una volta una povera orfana che non aveva scarpe.
La bimba conservava tutti gli stracci che riusciva a trovare finchè un bel giorno riuscì a confezionarsi un paio di scarpette rosse. Erano rozze, ma le piacevano. La facevano sentire ricca nonostante trascorresse, fino a sera inoltrata, le sue giornate a cercare cibo nei boschi.
Un giorno, mentre percorreva faticosamente una strada, vestita dei suoi stracci e con le scarpette rosse ai piedi, una carrozza dorata le si fermò accanto.
La vecchia signora che la occupava le disse che l'avrebbe portata a casa con sé e l'avrebbe trattata come una sua figlioletta.
Così andarono nella dimora della vecchia signora ricca, e là furono lavati e pettinati i capelli della bambina. Le furono dati biancheria fine, un bell'abito di lana e calze bianche e lucide scarpe nere.
Quando la bambina chiese dei suoi vecchi abiti, e in particolare delle scarpette rosse, la vecchia le rispose che, sudici e ridicoli com'erano, li aveva gettati nel fuoco.
La bimba era molto triste perché quelle umili scarpette rosse che aveva fatto con le proprie mani le avevano dato la più grande felicità. Ora era costretta a stare sempre ferma e tranquilla, a parlare senza saltellare e soltanto se interrogata.
Un fuoco segreto le si accese nel cuore e continuò a desiderare più di ogni altra cosa le sue vecchie scarpette rosse.
Poiché la bambina era abbastanza grande da ricevere la cresima, la vecchia signora la portò da un vecchio calzolaio zoppo, per acquistare una paio di scarpe speciali per l'occasione.
In vetrina facevano bella mostra di sé un paio di scarpe rosse confezionate con la pelle più morbida che si possa trovare.
La bimba, spinta dal suo cuore affamato, subito le scelse.
La vecchia signora ci vedeva così male che non si accorse del colore e glie le comprò. Il vecchio calzolaio strizzò l'occhio alla piccola e le incartò le scarpe.
Il giorno dopo, in chiesa, tutti rimasero sorpresi da quelle scarpe rosse che brillavano come mele lustrate, come cuori, come prugne ben lavate. Ma alla bimba piacevano sempre di più.
In giornata la vecchia signora venne a sapere delle scarpette rosse della sua pupilla.
"Non mettere mai più quelle scarpe" le ordinò minacciosa.
Ma la domenica dopo la bambina non potè fare a meno di mettersi le scarpette rosse, e poi si avviò alla chiesa con la vecchia signora. Sulla porta della chiesa c'era un vecchio soldato con il braccio al collo. S'inchinò, chiese il permesso di spolverare le scarpe e toccò le suole cantando una canzoncina che le fece venire il solletico ai piedi.
"Ricordati di restare per il ballo" e le strizzò l'occhio.
Anche questa volta tutti guardarono con sospetto le scarpette rosse della bambina.
Ma a lei piacevano tanto quelle scarpe lucenti, rosse come lamponi, come melagrane, che non riusciva a pensare ad altro. Era tutta intenta a girare e rigirare i piedini, tanto che si dimenticò di cantare.
Quando uscirono dalla chiesa, il vecchio soldato esclamò:
"Che belle scarpette da ballo!".
A quelle parole la bambina prese a piroettare e non riuscì più a fermarsi, tanto che parve avesse perduto completamente il controllo di sé. Danzò una gavotta e poi una csarda e poi un valzer, volteggiando attraverso i campi.
Il cocchiere della vecchia signora si lanciò all'inseguimento della bambina, la prese e la riportò nella carrozza, ma i piedini che indossavano le scarpette rosse continuavano a piroettare nell'aria. Quando riuscirono a togliergliele, finalmente i piedi della bambina si quietarono.
Di ritorno a casa, la vecchia signora lanciò le scarpette rosse su uno scaffale altissimo e ordinò alla bambina di non toccarle mai più. Ma lei non riusciva a fare a meno di guardarle e desiderarle. Per lei erano ancora la cosa più bella che si trovasse sulla faccia della terra.
Poco tempo dopo, mentre la signora era malata, la bambina strisciò nella stanza in cui si trovavano le scarpette rosse. Le guardò, là in alto sullo scaffale, le contemplò, e la contemplazione si trasformò in potente desiderio, tanto che la bambina prese le scarpe dallo scaffale e subito se le infilò, pensando che non sarebbe accaduto nulla di male.
Ma non appena le ebbe ai piedi subito si sentì sopraffatta dal desiderio di danzare.
Danzò uscendo dalla stanza, e poi lungo le scale, prima una gavotta, poi un csarda e poi un valzer vertiginoso. La bambina era in estasi, e si accorse di essere nei guai solo quando volle girare a sinistra e le scarpe la costrinsero a girare a destra, e volle danzare in tondo e quelle la obbligarono a proseguire. E poi la portarono giù per la strada, attraverso i campi melmosi e nella foresta scura.
Appoggiato a un albero c'era il vecchio soldato dalla barba rossiccia, con il braccio al collo.
"Oh che belle scarpette da ballo!" esclamò.
Terrorizzata, la bambina cercò di sfilarsi le scarpe, ma più tirava e più quelle aderivano ai piedi.
E così danzò e danzò sulle più alte colline e attraverso le valli, sotto la pioggia e sotto la neve e sotto la luce abbagliante del sole. Danzò nelle notti più nere e all'alba, danzò fino al tramonto. Ma era terribile: per lei non esisteva riposo. Danzò in un cimitero e là uno spirito pronunciò queste parole:
"Danzerai con le tue scarpette rosse fino a che non diventerai come un fantasma, uno spettro, finchè la pelle non penderà sulle ossa, finchè di te non resteranno che visceri danzanti. Danzerai di porta in porta per tutti i villaggi, e busserai tre volte a ogni porta, e quando la gente ti vedrà, temerà per la sua vita".
La bambina chiese pietà, ma prima che potesse insistere le scarpette rosse la trascinarono via.
Danzò sui rovi, attraverso le correnti, sulle siepi, e danzando danzando arrivò a casa, e c'erano persone in lutto. La vecchia signora era morta.
Ma lei continuava a danzare.
Entrò danzando nella foresta dove viveva il boia della città. E la mannaia appesa al muro prese a tremare sentendola avvicinare.
"Per favore" pregò il boia mentre danzava sulla sua porta, "Per favore mi tagli le scarpe per liberarmi da questo tremendo fato".
E con la mannaia il boia tagliò le cinghie delle scarpette rosse. Ma queste le restavano ai piedi.
E lei lo pregò di tagliarle i piedi, perché così la sua vita non valeva nulla. Il boia allora le tagliò i piedi.
E le scarpette rosse con i piedi continuarono a danzare attraverso la foresta e sulla collina e oltre, fino a sparire alla vista.
E ora la bambina era una povera storpia, e doveva farsi strada nel mondo andando a servizio da estranei, e mai più desiderò delle scarpette rosse.

Andersen

IL TOPO DI CITTA' E IL TOPO DI CAMPAGNA

Il topo di città e il topo di campagna

Un giorno il topo di città andò a trovare il cugino di campagna.
Questo cugino era di modi semplici e rozzi, ma amava molto l'amico di città e gli diede un cordiale benvenuto. Lardo e fagioli, pane e formaggio erano tutto ciò che poteva offrirgli, ma li offrì volentieri.
Il topo di città torse il lungo naso e disse:
- Non riesco a capire, caro cugino, come tu possa tirare avanti con un cibo così misero. Vieni con me, ed io ti farò vedere come si vive. Quando avrai trascorso una settimana in città, ti meraviglierai di aver potuto sopportare la vita in campagna!
Detto fatto, i due topi si misero in cammino e arrivarono all'abitazione del topo di città a notte tarda.
- Desideri un rinfresco, dopo un viaggio così lungo? - domandò con cortesia il topo di città; e condusse l'amico nella grande sala da pranzo.
Qui trovarono i resti di un ricco banchetto e si misero subito a divorare dolci, marmellata e tutto quello che c'era di buono.
Ad un tratto udirono dei latrati.
- Che cos'è questo? - chiese il topo di campagna.
- Oh, sono soltanto i cani di casa - rispose l'altro.
- Soltanto! - esclamò il topo di campagna. - Non amo questa musica, durante i pasti. -
In quell'istante si spalancò la porta ed entrarono due enormi mastini: i due topi ebbero appena il tempo di saltar giù e di correre fuori.
- Addio, cugino - disse il topo di campagna.
- Come! Te ne vai così presto? - chiese l'altro.
- Si - replicò il topo di campagna:
"Meglio lardo e fagioli in pace che dolci e marmellata nell'angoscia."

Esopo

LA CICALA E LA FORMICA

La cicala e la formica

In una calda estate, un’allegra cicala cantava sul ramo di un albero, mentre sotto di lei una lunga fila di formiche faticava per trasportare chicchi di grano.
Fra una pausa e l’altra del canto, la cicala si rivolge alle formiche: “Ma perché lavorate tanto, venite qui all’ombra a ripararvi dal sole, potremo cantare insieme!”
Ma le formiche, instancabili, senza fermarsi continuavano il loro lavoro..
“Non possiamo! Dobbiamo preparare le provviste per l’inverno! Quando verrà il freddo e la neve coprirà la terra, non troveremo più niente da mangiare e solo se avremo le dispense piene potremo sopravvivere!”
“L’estate è ancora lunga e c’è tempo per fare provviste prima che arrivi l’inverno!
Io preferisco cantare! Con questo sole e questo caldo è impossibile lavorare!”
Per tutta l’estate la cicala continuò a cantare e le formiche a lavorare.
Ma i giorni passavano veloci, poi le settimane e i mesi. Arrivò l’autunno e gli alberi cominciarono a perdere le foglie e la cicala scese dall’albero ormai spoglio. Anche l’erba diventava sempre più gialla e rada. Una mattina la cicala si svegliò tutta infreddolita, mentre i campi erano coperti dalla prima brina.
Il gelo bruciò il verde delle ultime foglie: era arrivato l’inverno.
La cicala cominciò a vagare cibandosi di qualche gambo rinsecchito che spuntava ancora dal terreno duro e gelato.
Venne la neve e la cicala non trovò più niente da mangiare: affamata e tremante di freddo, pensava con rimpianto al caldo e ai canti dell’estate.
Una sera vide una lucina lontana e si avvicinò affondando nella neve: “Aprite! Aprite, per favore! Sto morendo di fame! Datemi qualcosa da mangiare!”
La finestra si aprì e la formica si affacciò: “Chi è? Chi è che bussa?”
“Sono io, la cicala! Ho fame, freddo e sono senza casa!”
“La cicala?! Ah! Mi ricordo di te! Cosa hai fatto durante l’estate, mentre noi faticavamo per prepararci all’inverno?”
“Io? Cantavo e riempivo del mio canto cielo e terra!”
“Hai cantato?” replicò la formica, “Adesso balla!”

Esopo

IL FOLLETTO E LA SIGNORA

Immagine n° 31 Il folletto e la signora

Tu conosci certamente il folletto, ma conosci anche la signora, la moglie del giardiniere? Lei era istruita, recitava versi, e ne scriveva lei stessa con grande facilità; soltanto le rime per "far baciare i versi", come diceva lei, le davano un po' di problemi. Lei sapeva scrivere e parlar bene, avrebbe potuto benissimo diventare pastore o almeno moglie di un pastore.
"La terra è bella nel suo abito della festa!" disse, e quel pensiero l'aveva messo in bello stile con la rima baciata, e l'aveva sviluppato in una lunga e bellissima canzone.
Il maestro di scuola, il signor Kisserup, ma il nome non ha importanza, era un suo nipote ed era venuto in visita; ascoltò la poesia della zia, e questo gli fece bene, disse, veramente bene al cuore. "Lei ha spirito, signora" esclamò.
"Quante storie!" rispose il giardiniere, "non le dica queste cose! Una moglie deve essere pratica, pratica e dignitosa, e interessarsi che la minestra nella pentola non bruci".
"Toglierò l'odore di bruciato con un pezzo di carbone" rispose la signora. "E l'odore di bruciato che sta in te lo toglierò con un bacio. Sembra quasi che tu pensi solo ai cavoli e alle patate; eppure che ami i fiori!", e così lo baciò. "I fiori sono spirito" commentò.
"Stai attenta alla pentola!" ripeté lui andandosene in giardino: il giardino era la sua pentola e lui badava a quello.
Ma il maestro di scuola sedette accanto alla signora e si mise a parlare con lei: tenne una sorta di sermone, fatto a suo modo, sulle parole molto belle di lei: "la terra è bella!".
"La terra è bella, dovete sottometterla, fu detto, e noi diventammo padroni. Chi con lo spirito, chi con il corpo. Qualcuno fu messo al mondo come un punto esclamativo, qualcun altro come un punto di domanda, perché ci si domandi cosa ci faccia qui! Uno diventa vescovo, un altro un semplice maestro di scuola, ma ogni cosa è fatta con saggezza. La terra è bella nel suo vestito della festa! Questa è proprio una poesia che stimola la riflessione, signora, è piena di sentimento e di cognizioni geografiche".
"Lei ha spirito, signor Kisserup" disse la signora, "molto spirito, glielo assicuro! Si vede chiaro in se stessi quando si parla con lei." E andarono avanti a parlare, sempre molto bene; ma in cucina c'era qualcun altro che parlava, era il folletto, quel piccolo folletto vestito di grigio con il cappello rosso: lo conosci? Il folletto stava in cucina ed era un ficcanaso, e parlava, ma nessuno lo sentiva, tranne il grande gatto nero, "il ladro di panna" come lo chiamava la signora.
Il folletto era molto arrabbiato con la signora, perché lei non credeva che lui esistesse; in realtà non l'aveva mai visto, ma con la sua cultura doveva sapere che esisteva e perciò mostrargli qualche piccola attenzione. Eppure, non ci pensava mai, la sera di Natale, a preparare per lui una tazza di riso col latte, come l'avevano avuta tutti i suoi antenati, e da parte di signore che non avevano nessuna cultura; riso col latte affogato nel burro e nella panna. Al gatto venne l'acquolina in bocca soltanto a sentirlo.
"Mi chiama 'Concetto'!" disse il folletto, "e questo per me è inconcepibile! In realtà mi nega! Questo l'ho scoperto origliando, e ora ho scoperto un'altra cosa: è lì a passare il tempo con il castigatore dei bambini, il maestro di scuola. Io mi trovo d'accordo con il marito: "Bada alla tua pentola!", e lei non lo fa; ora farò in modo che trabocchi!".
Il folletto soffiò sul fuoco che avvampò e bruciò con più forza.
"Surresurrerup!" e la minestra sgorgò fuori.
"Ora vado a fare dei buchi nelle calze del padrone!" disse il folletto, "farò un buco enorme sull'alluce e uno sul calcagno, così sarà obbligata a rammendare e non farà più poesie: la signora poetessa che rammenda le calze del marito!".
Il gatto starnutì, era raffreddato nonostante avesse sempre la pelliccia.
"Ho aperto la porta della dispensa" gli disse il folletto, "c'è della panna, densa come un impasto di farina. Se non ci vai tu a leccarla, lo farò io!".
"Dato che mi daranno la colpa e le botte" disse il gatto, "è giusto che la panna la lecchi io!".
"Prima la panna, poi la frusta!" disse il folletto. "Ma ora andrò nella stanza del maestro di scuola e gli annoderò le bretelle allo specchio e gli caccerò i calzini nella bacinella dell'acqua, così crederà che il punch era troppo forte e gli ha confuso la mente.
L'altra notte mi sono messo sulla catasta di legna accanto al canile, mi diverte tanto prendere in giro il cane alla catena. Ho dondolato le gambe, ma il cane non riusciva a prendermi, nonostante saltasse in alto. Così si arrabbiò e abbaiò in continuazione, mentre io continuavo a dondolare le gambe. Era davvero un bello spettacolo. ll maestro di scuola si svegliò a quel rumore, per ben tre volte guardò fuori, ma non mi vide, benché avesse gli occhiali: infatti dorme sempre con gli occhiali".
"Dimmi miao, quando arriva la signora!" disse il gatto, "Non ci sento bene oggi, sono malato." "Tu sei goloso!" ribatté il folletto. "Lecca, lecca! che la malattia se ne va. Ma pulisciti i baffi, che non ti resti attaccata della panna. Ora vado a origliare".
Il folletto si mise vicino alla porta accostata, non c'era nessuno nella stanza tranne la signora e il maestro di scuola che parlavano di quello che il seminarista con una bella espressione chiamava: i doni dello spirito, doni che dovevano venire prima delle pentole e delle padelle nel governo della casa.
"Signor Kisserup" disse la donna, "a questo riguardo le voglio mostrare qualcosa che non ho ancora fatto vedere a nessuno, tanto meno a un uomo; sono le mie poesie brevi, alcune in realtà sono un po' lunghe, ma le ho intitolate RIME BACIATE DI UNA DAMA DI CULTURA. Mi piacciono tanto le espressioni all'antica!".
"Bisogna conservare anche quelle" commentò il maestro di scuola, "bisogna eliminare il tedesco dalla nostra lingua." "E' quello che faccio" spiegò la signora. "Lei non mi sentirà mai dire "Kleiner" o "Butterteig", io dico sempre 'frittelle' e 'pasta sfoglia'".
Intanto trasse da un cassetto un quaderno con una copertina verde chiara con due macchie d'inchiostro.
"C'è una grande serietà in questo libro!" spiegò. "Io sono profondamente attratta da tutto quel che è patetico. Ecco qui SOSPIRO NELLA NOTTE, IL MIO CREPUSCOLO e QUANDO SPOSAI KLEMENSEN, mio marito.
Questa si può anche saltare, anche se ovviamente è molto sentita e ben pensata. I DOVERI DI UNA CASALINGA è il pezzo più bello; tutte sono assai patetiche, in ciò sono brava, solo un pezzo è divertente, pieno di pensieri allegri, bisogna avere anche quelli. Pensieri su... ora non rida di me! pensieri sul fatto di essere poetessa. Sono conosciuti soltanto da me, dal mio cassetto, e ora anche da lei, signor Kisserup.
Io amo la poesia, mi invade, mi sollecita, mi consiglia e mi governa.
Questa l'ho intitolata PICCOLO FOLLETTO. Lei conosce sicuramente la vecchia superstizione contadina dei folletti di casa, che fanno sempre qualche scherzo; io ho immaginato di essere la casa e che la poesia, le sensazioni che sono in me fossero il folletto, lo spirito che consiglia; in PICCOLO FOLLETTO ho cantato il suo potere e la sua grandezza, ma lei deve farmi la promessa di non rivelare queste cose né a mio marito né a nessun altro. Legga ad alta voce, così posso vedere se capisce la mia scrittura".
Il maestro di scuola lesse e la signora si mise ad ascoltare; anche il piccolo folletto ascoltò; origliava, lo sai bene, e arrivò proprio nel momento in cui fu letto il titolo: PICCOLO FOLLETTO.
"Parla di me!" esclamò. "Che può avere scritto di me? Mi metterò a beccarla, beccherò le sue uova, i suoi pulcini e farò dimagrire il vitello grasso; ma guarda un po', questa signora!".
E si mise in ascolto con le orecchie tese e il collo allungato; ma quando sentì dire della magnificenza e del potere del folletto, del dominio che aveva sulla signora (tu sai bene che la signora voleva dire l'arte del poetare, ma il folletto prese tutto alla lettera), cominciò a sorridere; gli occhi gli brillarono dalla gioia, la bocca assunse una piega piena di distinzione; si sollevò sui talloni e rimase in punta di piedi, crescendo di un intero pollice. Era incantato da tutto quello che veniva detto sul piccolo folletto.
"La signora ha spirito e grande cultura! Che ingiustizia le ho fatto!
Lei mi ha messo nelle sue RIME BACIATE che verranno pubblicate e lette. Ora il gatto non avrà più il permesso di leccare la panna della signora, lo farò io stesso. Uno mangia meno di due, dunque è sempre un bel risparmio; e io farò in questo modo oltre a onorare e rispettare la signora".
"E' proprio come un uomo questo folletto" disse il vecchio gatto.
"Basta un miagolìo dolce da parte della signora, un miagolìo su di lui, e subito cambia parere. E' proprio furba la signora!".
Ma lei non era furba, era il folletto che era umano.
Se non capisci questa storia chiedi, ma non chiedere né al folletto, né alla signora.
H. C. Andersen
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IL GATTO CON GLI STIVALI

Il gatto con gli stivali

Un mugnaio, morendo, non lasciò altra eredità ai suoi tre figliuoli che un mulino, un asino e un gatto.
Le divisioni perciò furono presto fatte, e non ci fu bisogno di chiamare né il notaio, né il procuratore, i quali avrebbero finito col mangiarsi anche quel poco che c'era.
Il maggiore si prese il mulino, il secondo l'asino e il più giovane dei fratelli dovette accontentarsi del gatto.
Quest'ultimo però non poteva darsi pace di essere stato trattato cosi male e diceva tra sé :
"I miei fratelli potranno guadagnarsi la vita onestamente mettendosi in società; io invece, quando avrò mangiato il mio gatto e mi sarò fatto un colletto col suo pelo, dovrò rassegnarmi a morire di fame".
II Gatto, che aveva compreso ogni cosa, pur fingendo di non darsene per inteso, disse con aria seria e grave:
"Non tormentatevi così, padrone ! Procuratemi invece un sacco e un paio di stivali, perché io possa camminare tra gli sterpi del bosco, e vedrete che non siete stato cosi sfortunato come credete nell'eredità".
Sebbene il padrone del Gatto non facesse molto affidamento su quelle parole, tuttavia non disperò di ricevere da lui un po' d'aiuto nella sua miseria.
Quante volte, infatti, lo aveva visto fare dei giochi di abilità per prendere i topi, ora lasciandosi penzolare e tenendosi per le zampe posteriori, ora nascondendosi nella farina e facendo il morto!
Allorché il Gatto ebbe ottenuto ciò che aveva chiesto, infilò gli stivali alla brava, si pose il sacco sulle spalle, tenendone i cordoni con le due zampe davanti, e si diresse verso una riserva di caccia, dove si trovavano molti conigli selvatici.
Giunto là, mise un po' di crusca e d'insalata nel sacco, e si stese a terra come se fosse morto, in attesa che qualche coniglietto giovane e poco esperto degli inganni di questo mondo venisse a cacciarsi in quella trappola, spinto dalla voglia di mangiare ciò che il Gatto vi aveva astutamente posto dentro.
Si era appena sdraiato, che la sua trovata funzionò.
Nel sacco, infatti, era entrato un coniglietto ! Quel furbacchione di un gatto tirò alla svelta i cordoncini, poi prese la bestiolina e la uccise senza misericordia.
Tutto trionfante per la preda fatta, si recò dal Re e domandò di parlargli.
Lo fecero salire agli appartamenti di Sua Maestà; e qui il Gatto, fatta una grande riverenza al sovrano, disse:
"Sire, accettate questo coniglio di riserva, che vi manda il
marchese di Carabas" (era questo un nome inventato li per li dalla fertile fantasia del nostro Gatto).
"Di' al tuo padrone" rispose al Re "che lo ringrazio e che ho molto gradito il suo presente".
Un'altra volta il Gatto andò a nascondersi in mezzo al grano, c dispose sempre il sacco in modo che stesse aperto. Appena vi entrarono due pernici, tirò i cordoncini e le prese tutte e due.
Si recò nuovamente dal Re, come aveva fatto per il coniglio. Il sovrano gradi moltissimo anche questo regalo, e fece dare una mancia all'insolito servitore.
Il Gatto continuò cosi per due o tre mesi a portare di quando in quando al Re la selvaggina che, diceva lui, aveva cacciato il suo padrone.
Un giorno, avendo saputo che il Re doveva andare a fare una passeggiata in carrozza lungo la riva del fiume assieme alla figlia, che era la più bella Principessa del mondo, disse al padroncino:
"Se badate al mio consiglio, la vostra fortuna é fatta: andate a fare il bagno nel fiume, nel punto che io vi indicherò, e poi lasciate fare a me".
Il sedicente marchese di Carabas fece quello che il Gatto gli aveva consigliato, senza sapere quale fosse lo scopo di tutto ciò. Mentr'era nell'acqua, il Re si trovò a passare da quelle parti,
c il Gatto si mise a urlare con quanto fiato aveva in gola :
"Aiuto ! Aiuto ! Il marchese di Carabas sta annegando!"
A quel grido il Re mise fuori la testa dal finestrino, e, riconoscendo il Gatto, che gli aveva portato tante volte la selvaggina, ordinò alle guardie di correre in aiuto del marchese di Carabas.
Intanto che il povero marchese veniva ripescato dal fiume, il Gatto si avvicinò alla carrozza e raccontò al Re che, mentre il suo padrone era nell'acqua, erano sopraggiunti dei ladri, che gli avevano rubato i vestiti, sebbene il poveretto si fosse affannato a gridare "al ladro! al ladro!"
Invece era stato quel furbacchione del Gatto a nascondere gli abiti del padrone sotto una grossa pietra!
Il Re ordinò immediatamente agli ufficiali addetti al suo guardaroba di andare a prendere uno dei suoi vestiti più belli per il marchese di Carabas.
Quando il giovane li ebbe indossati, si presentò al Re, e questi gli usò mille gentilezze.
Quegli abiti gli stavano veramente bene e mettevano in risalto la naturale bellezza dei suoi tratti e 1'eleganza della persona, tanto che la figlia del Re se ne senti subito attratta.
Bastarono due o tre occhiate, un poco tenere, per quanto molto rispettose, perché la fanciulla se ne innamorasse perdutamente.
Il Re riprese la passeggiata interrotta e volle che il giovane salisse sulla carrozza e li accompagnasse.
Il Gatto, felice di vedere che tutto procedeva secondo il suo disegno, andò avanti per conto suo.
Lungo la strada incontrò alcuni contadini che falciavano un prato e disse loro:
"Buona gente che falciate l'erba, se non dite al Re, quando passerà di qui, che questo prato appartiene al marchese di Carabas, finirete tagliati a pezzettini come carne da polpette".
Tosto sopraggiunse il Re, che per l'appunto chiese ai contadini di chi fosse quel prato che stavano falciando. E quelli risposero in coro, spaventati dalle minacce del Gatto:
"Del marchese di Carabas".
"Avete una bella proprietà!" disse il Re al marchese.
"Come vedete, Sire" rispose il giovane, "é terra fertile, e tutti gli anni mi dà un ottimo raccolto".
L'astuto Gatto, che li precedeva sempre, incontrò alcuni mietitori e disse loro:
"Buona gente che tagliate il grano, se non dite che queste
messi appartengono al marchese di Carabas, finirete tagliati a pezzettini come carne da polpette".
Il Re, che passò di là subito dopo, volle sapere di chi fosse tutto quel grano che vedeva.
"È del marchese di Carabas" risposero i mietitori; e il Re se ne rallegrò col giovane.
Il Gatto, che camminava sempre davanti alla carrozza, continuava a dire la stessa cosa a tutti quelli che incontrava lungo la strada; cosi il Re non finiva più di meravigliarsi delle grandi ricchezze del marchese di Carabas.
Finalmente il nostro Gatto giunse a un bel castello di proprietà di un Orco, che era il più ricco che si fosse mai visto; infatti tutte le terre che il Re aveva percorso con la carrozza, erano di sua proprietà.
Il Gatto, che aveva avuto l'accortezza di informarsi chi fosse quell'Orco e quali prodigi sapesse compiere, chiese di potergli parlare, dicendo che non aveva voluto passare così vicino al suo castello senza avere l'onore di venirgli a rendere omaggio.
L'Orco lo ricevette con la buona grazia che può avere un Orco e lo fece accomodare perché si riposasse.
Allora il Gatto prese a dire:
"Mi hanno assicurato che avete la capacità di mutarvi in ogni sorta di animali; che potete, per esempio, trasformarvi in leone oppure in elefante".
"È vero" rispose l'Orco con fare brusco, "e, per dimostrarvelo, diventerò un leone sotto i vostri occhi".
Il povero Gatto si spaventò talmente nel vedersi davanti quella bestia feroce, che si rifugiò sulle grondaie, non senza qualche difficoltà e col rischio anche di cadere, a causa degli stivali, che non erano certo adatti per camminare sulle tegole.
Dopo un po', avendo visto che l'Orco aveva ripreso le sue solite sembianze, si decise a scendere e ammise di avere avuto molta paura.
"Mi hanno anche assicurato" riprese a dire il Gatto, "ma io stento a crederci, che avete la facoltà di trasformarvi anche in un animale piccolissimo, come la talpa e il topo: vi confesso però che tutto ciò mi sembra davvero impossibile".
"Impossibile?" disse l'Orco. "Ora vedrete!"
Cosi dicendo si mutò in un topolino e prese a correre sul pavimento della stanza.
Il Gatto, appena lo vide, si gettò come un lampo su di lui e ne fece un boccone.
In quel mentre il Re, che nel passare di là aveva notato il magnifico castello dell'Orco, volle entrare per visitarlo.
Il Gatto, udendo il rumore della carrozza, che attraversava il ponte levatoio, corse incontro al Re e gli disse:
"Vostra Maestà sia la benvenuta nel castello del marchese di Carabas!"
"Ma come, marchese!" esclamò il Re; "questo castello é dunque vostro? Non ho mai visto niente di più bello: che eleganza ed armonia di linee, quale grandiosità e che splendidi giardini. Visitiamone l'interno, se non vi dispiace".
Il marchese offrì la mano alla giovane Principessa, e assieme seguirono il Re, il quale si era avviato per primo.
Entrarono in una grande sala, dove trovarono pronta una magnifica colazione, che l'Orco aveva fatto preparare per i suoi amici. Questi avrebbero dovuto venire a trovarlo proprio quel giorno, ma poi non osarono farlo, avendo saputo che era giunto il Re.
Il Sovrano, conquistato dalle buone maniere del marchese di Carabas, - che dire poi della figlia, che ne era innamoratissima - e vedendo la vastità dei suoi possedimenti, gli disse, dopo aver bevuto cinque o sei bicchieri di vino:
"Dipende soltanto da voi, marchese, se volete diventare mio genero".
Il marchese si profuse in riverenze, accettò volentieri l'onore che il Re gli faceva, e il giorno stesso sposò la Principessa.
Naturalmente il gatto rimase con gli sposi. Ebbe un bel cuscino di seta accanto al fuoco, nella sala del trono durante l'inverno, ed una bella cuccetta sotto il pergolato d'estate.
Il figlio del mugnaio diventò dunque il marito della Principessa, ma, siccome era un giovane onesto e sincero, non volle continuare ad ingannare la moglie ed il Re.
Raccontò come erano andate veramente le cose, spiegò per filo e per segno quello che aveva architettato il gatto, dalla prima fortunata caccia nel bosco al colpo maestro dell'uccisione dell'Orco e alla conquista del castello.
Liberato da questo peso, visse felice con la sua sposa ed ebbe tanti figliuoli, che giocarono allegramente col gatto per nulla meravigliati di vedergli indosso gli stivali ed ascoltarono anch'essi, divertendosi un mondo, la storia del cattivo Orco, trasformato in topino e divorato dal gatto.

Traduzione della favola di C. Perrault

IL BRUTTO ANATROCCOLO

Il brutto anatroccolo

L'estate era iniziata; i campi agitavano le loro spighe dorate, mentre il fieno tagliato profumava la campagna. In un luogo appartato, nascosta da fitti cespugli vicini ad un laghetto, mamma anatra aveva iniziato la nuova cova. Siccome riceveva pochissime visite, il tempo le passava molto lentamente ed era impaziente di vedere uscire dal guscio la propria prole… finalmente, uno dopo l'altro, i gusci scricchiolarono e lasciarono uscire alcuni adorabili anatroccoli gialli.
- Pip! Pip! Pip! Esclamarono i nuovi nati, il mondo è grande ed è bello vivere!
- Il mondo non finisce qui, li ammonì mamma anatra, si estende ben oltre il laghetto, fino al villaggio vicino, ma io non ci sono mai andata. Ci siete tutti? - Domandò.
Mentre si avvicinava, notò che l'uovo più grande non si era ancora schiuso e se ne meravigliò. Si mise allora a covarlo nuovamente con aria contrariata.
- Buongiorno! Come va? - Le domandò una vecchia anatra un po' curiosa che era venuta in quel momento a farle visita.
- Il guscio di questo grosso uovo non vuole aprirsi, guarda invece gli altri piccoli, non trovi che siano meravigliosi?
- Mostrami un po' quest'uovo. - Disse la vecchia anatra per tutta risposta. - Ah! Caspita! Si direbbe un uovo di tacchina! Ho avuto anche io, tempo fa, Questa sorpresa: Quello che avevo scambiato per un anatroccolo era in realtà un tacchino e per questo non voleva mai entrare in acqua. Quest'uovo è certamente un uovo di tacchino. Abbandonalo ed insegna piuttosto a nuotare agli altri anatroccoli!
- Oh! Un giorno di più che vuoi che mi importi! Posso ancora covare per un po'. - Rispose l'anatra ben decisa.
- Tu sei la più testarda che io conosca! - Borbottò allora la vecchia anatra allontanandosi.
Finalmente il grosso uovo si aprì e lascio uscire un grande anatroccolo brutto e tutto grigio.
- Sarà un tacchino! - Si preoccupò l'anatra. - Bah! Lo saprò domani!
Il giorno seguente, infatti, l'anatra portò la sua piccola famiglia ad un vicino ruscello e saltò nell'acqua: gli anatroccoli la seguirono tutti, compreso quello brutto e grigio.
- Mi sento già più sollevata, - sospirò l'anatra, - almeno non è un tacchino! Ora, venite piccini, vi presenterò ai vostri cugini.
La piccola comitiva camminò faticosamente fino al laghetto e gli anatroccoli salutarono le altre anatre.
- Oh! Guardate, i nuovi venuti! Come se non fossimo già numerosi!… e questo anatroccolo grigio non lo vogliamo! - Disse una grossa anatra, morsicando il poverino sul collo.
- Non fategli male! - Gridò la mamma anatra furiosa
- E' così grande e brutto che viene voglia di maltrattarlo! - Aggiunse la grossa anitra con tono beffardo.
- E' un vero peccato che sia così sgraziato, gli altri sono tutti adorabili, - rincarò la vecchia anitra che era andata a vedere la covata.
- non sarà bello adesso, può darsi però che, crescendo , cambi; e poi ha un buon carattere e nuota meglio dei suoi fratelli, - assicurò mamma anatra, - la bellezza, per un maschio, non ha importanza, - concluse, e lo accarezzò con il becco - andate, piccoli miei, divertitevi e nuotate bene!
Tuttavia, l'anatroccolo, da quel giorno fu schernito da tutti gli animali del cortile: le galline e le anatre lo urtavano, mentre il tacchino, gonfiando le sue piume, lo impauriva. Nei giorni che seguirono, le cose si aggravarono: il fattore lo prese a calci e i suoi fratelli non perdevano occasione per deriderlo e maltrattarlo.
Il piccolo anatroccolo era molto infelice. Un giorno, stanco della situazione, scappò da sotto la siepe. Gli uccelli, vedendolo, si rifugiarono nei cespugli. "sono così brutto che faccio paura!" pensò l'anatroccolo. Continuò il suo cammino e si rifugiò, esausto, in una palude abitata da anatre selvatiche che accettarono di lasciargli un posticino fra le canne. Verso sera, arrivarono due oche selvatiche che maltrattarono il povero anatroccolo già così sfortunato. Improvvisamente, risuonarono alcuni spari… le due oche caddero morte nell'acqua! I cacciatori, posti intorno alla palude, continuarono a sparare. Poi i lori cani solcarono i giunchi e le canne. Al calar della notte, il rumore cessò. Il brutto anatroccolo ne approfittò per scappare il più velocemente possibile. Attraversò campi e prati, mentre infuriava una violenta tempesta. Dopo qualche ora di marcia, arrivò ad una catapecchia la cui porta era socchiusa. L'anatroccolo si infilò dentro: era la dimora di una vecchia donna che viveva con un gatto ed una gallina. Alla vista dell'anatroccolo, il micio cominciò a miagolare e la gallina cominciò a chiocciare, tanto che la vecchietta, che aveva la vista scarsa, esclamò:
- Oh, una magnifica anatra! Che bellezza, avrò anche le uova… purché non sia un' anatra maschio! Beh, lo vedremo, aspettiamo un po'!
La vecchia attese tre lunghe settimane… ma le uova non arrivarono e cominciò a domandarsi se fosse davvero un'anatra! Un giorno, il micio e la gallina, che dettavano legge nella stamberga, interrogarono l'anatroccolo:
- Sai deporre le uova? - domandò la gallina;
- No… - rispose l'anatroccolo un po' stupito.
- Sai fare la ruota? - domandò il gatto;
- No, non ho mai imparato a farla! - rispose l'anatroccolo sempre più meravigliato.
- Allora vai a sederti in un angolo e non muoverti più! - gli intimarono i due animali con cattiveria.
Improvvisamente, un raggio di sole e un alito di brezza entrarono dalla porta. L'anatroccolo ebbe subito una grande voglia di nuotare e scappò lontano da quegli animali stupiti e cattivi. L'autunno era alle porte, le foglie diventarono rosse poi caddero. Una sera, l'anatroccolo vide alcuni bellissimi uccelli bianco dal lungo collo che volavano verso i paesi caldi. Li guardò a lungo girando come una trottola nell'acqua del ruscello per vederli meglio: erano cigni! Come li invidiava! L'inverno arrivò freddo e pungente; l'anatroccolo faceva ogni giorno un po' di esercizi nel ruscello per riscaldarsi. Una sera dovette agitare molto forte le sue piccole zampe perché l'acqua intorno a lui non gelasse: ma il ghiaccio lo accerchiava di minuto in minuto… finché, esausto e ghiacciato, svenne. Il giorno seguente, un contadino lo trovò quasi senza vita; ruppe il ghiaccio che lo circondava e lo portò ai suoi ragazzi che lo circondarono per giocare con lui. Ahimè, il poveretto ebbe una gran paura e si gettò prima dentro un bidone di latte e poi una cassa della farina. Finalmente riuscì ad uscire e prese il volo inseguito dalla moglie del contadino. Ancora una volta il brutto anatroccolo scappò ben lontano per rifugiarsi, esausto, in un buco nella neve. L'inverno fu lungo e le sue sofferenze molto grandi… ma un giorno le allodole cominciarono a cantare e il sole riscaldò la terra: la primavera era finalmente arrivata! L'anatroccolo si accorse che le sue ali battevano con molto più vigore e che erano anche molto robuste per trasportarlo sempre più lontano. Partì dunque per cercare nuovi luoghi e si posò in un prato fiorito. Un salice maestoso bagnava i suoi rami nell'acqua di uno stagno dove 
tre cigni facevano evoluzioni graziose. Conosceva bene quei meravigliosi uccelli! L'anatroccolo si lanciò disperato verso di loro gridando:
- Ammazzatemi, non sono degno di voi!
Improvvisamente si accorse del suo riflesso sull'acqua: che sorpresa! Che felicità! Non osava crederci: non era più un anatroccolo grigio… era diventato un cigno: come loro!! I tre cigni si avvicinarono e lo accarezzarono con il becco dandogli così il benvenuto, mentre alcuni ragazzi attorno allo stagno declamavano a gran voce la sua bellezza e la sua eleganza. Mise la testa sotto le ali, quasi vergognoso di tanti complimenti e tana fortuna: lui che era stato per tanto tempo un brutto anatroccolo era finalmente felice e ammirato.

H. C. Andersen

 

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